
(Credits: Epa/Yahya Arhab)
L’attacco avvenuto nei pressi dell’ambasciata britannica in Yemen ci obbliga a riflettere sui conflitti in corso in quell’angolo della penisola araba. Lo Yemen è l’unica repubblica della penisola (le altre sono monarchie), è stato a lungo divisa in due stati e a vent’anni dalla sua unificazione è teatro di tensioni politiche e sociali e di ricorrenti ondate di violenza che stanno mettendo a rischio la sua unità.
Il Nord è stato una repubblica fin dal 26 novembre 1962, a seguito del colpo di stato che rovesciò la monarchia zaidita. Già protettorato britannico, il Sud era una repubblica socialista indipendente dal 20 novembre 1967 e, legato all’Urss, giocava un ruolo nella guerra fredda. A presiedere fin dall’inizio la Repubblica dello Yemen unificato è stato Ali Abdallah Salah, che oggi si trova a dover fronteggiare una serie di minacce.
Con un reddito medio pro-capite a parità di potere d’acquisto di soli 2.335 dollari l’anno e il 41,8 per cento della popolazione che vive sotto la soglia di povertà (due dollari al giorno), lo Yemen è il più povero tra i Paesi arabi e al tempo stesso il più popoloso della penisola (22,3 milioni di abitanti).
Per certi versi, assomiglia all’Afghanistan: come quest’ultimo è un paese tribale e instabile, un baluardo di al-Qaeda che è riuscito a mobilitare un numero sempre maggiore di combattenti e tessere alleanze con le confederazioni tribali.
Lo Yemen è anche la terra di origine della famiglia di Osama bin Laden, molti imam simpatizzano con gli estremisti islamici, trovare adepti tra i disoccupati e i profughi somali non è così difficile e i guerriglieri Shabab del Corno d’Africa sono a pochi chilometri di mare.
Per questo lo Yemen è un potenziale fronte aperto per la comunità occidentale, dopo l’Afghanistan e l’Iraq. Oltre alla battaglia contro al-Qaeda, a mettere il governo del presidente Salah in ulteriore difficoltà – anche economica tenuto conto di questa vulnerabilità – sono la guerra al Nord contro i ribelli sciiti Huthi e l’ondata di separatismo al Sud. Senza contare che nel paese circolano sessanta milioni di armi.
Ottimi motivi per spiegare il drastico calo nel turismo internazionale in quello che Pier Paolo Pasolini definì “architettonicamente il più bel paese del mondo” e della capitale Sanaa scrisse che è “una Venezia selvaggia sulla polvere senza San Marco e senza la Giudecca, una città-forma, la cui bellezza non risiede nei deperibili monumenti, ma nell’incomparabile disegno”.
Lo Yemen è stato abbandonato dai turisti e tante agenzie sono state obbligate a chiudere i battenti. Cosa non da poco in un Paese che, a differenza di molti altri vicini, non è ricco di petrolio. Ma ormai anche le diplomazie occidentali sono all’erta, consapevoli che lo Yemen sta per diventare – dopo Iraq e Afghanistan – il terzo fronte aperto in Medio Oriente.
- Mercoledì 6 Ottobre 2010

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