

(Credits: Getty Images)
Prima, il 12 ottobre, il segretario di Stato americano Hillary Clinton, in missione a Belgrado per benedire il nuovo corso della Serbia: addio allo sciovinismo, viva l’Europa. Poi, il giorno dopo, una missione-sistema dell’Italia, con il debutto nella capitale serba del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, accompagnato da una folta schiera di ministri e imprenditori. Obiettivo: riaffermare la partnership strategica fra Italia e Serbia. «Oggi una nuova situazione mondiale ed europea ripropone la strategicità non solo per l’Italia, ma anche per l’Europa, del rapporto con i Balcani occidentali in generale e soprattutto con la Serbia» sintetizza l’ex ministro degli Esteri Gianni De Michelis, il quale, come presidente dell’Ipalmo, ha organizzato un Media and economic forum in coincidenza con il vertice italo-serbo. Aggiunge l’ambasciatore italiano a Belgrado Armando Varricchio: «Abbiamo tutto da guadagnare dalla stabilizzazione definitiva di un’area che dista solo poche miglia dalle nostre coste e che costituisce un naturale retroterra strategico e una piattaforma per investimenti produttivi».
La svolta europeista della Serbia è stata impressa dal presidente Boris Tadic, in carica dal febbraio 2008, e dal governo guidato da Mirko Cvetkovic. Per i nuovi dirigenti l’ossessione non sembra più il Kosovo indipendente. Il 9 settembre scorso il governo di Belgrado ha cosponsorizzato con i 27 paesi dell’Ue una risoluzione dell’Onu che invita serbi e kosovari a individuare un modus vivendi per permettere ai due paesi di procedere verso l’integrazione europea.
Non basta. L’irreversibilità del nuovo orientamento è stata confermata dalla piena collaborazione tra Belgrado e il Tribunale penale internazionale dell’Aia inaugurata con la consegna di Radovan Karadzic ai giudici e proseguita con l’arresto di noti criminali di guerra. All’appello manca solo il generale serbobosniaco Ratko Mladic, responsabile dell’eccidio di 8 mila musulmani a Srebrenica, nel 1995. Olandesi, tedeschi e belgi ne fanno la condizione imprescindibile per l’accesso della Serbia all’Ue.
A sconfiggere il nazionalismo fanatico del passato è stato il pragmatismo economico. Dopo la sostenuta crescita degli ultimi 8 anni, il 2009 ha invertito la tendenza positiva al punto che la Serbia ha dovuto battere cassa al Fondo monetario internazionale, che ha concesso un prestito di 2,87 miliardi di euro. Il pil è crollato del 3,5 per cento e il tasso di disoccupazione è salito al 16,9 per cento. L’urgenza per il governo è quella di rimettere in moto l’economia attraendo maggiori investimenti dall’estero. L’Italia, che è fra i primi cinque investitori internazionali, si è imposta di scalare la classifica. Un tempo erano le piccole e medie imprese a ricollocarsi in Serbia. Oggi sono i grandi gruppi, attratti dagli incentivi governativi e dai bassi salari (400 euro al mese, in media, per gli operai). La Fiat ha investito assieme al governo serbo 700 milioni di euro per costruire un polo automobilistico a Kragujevac, nell’area degli storici impianti industriali Zastava, in via di ristrutturazione per produrre dal 2012 oltre 200 mila vetture di una monovolume basata sulla piattaforma della Lancia Musa.
Anche le grandi banche hanno accelerato la presenza negli ultimi tre anni. L’Intesa Sanpaolo ha acquistato la Delta Banka, principale banca privata serba. L’Unicredit è attiva tramite l’Hypoverein. La Findomestic si è aggiudicata la Nova Banka. Le Assicurazioni Generali sono diventate il primo operatore privato grazie all’acquisizione della maggioranza della Delta Osiguranje.
Il vertice italoserbo del 13 e 14 ottobre dovrebbe rilanciare gli investimenti nel settore dell’energia (dove sono presenti Edison, Seci-Maccaferri, Enel, Terna e gruppo Toto) e soprattutto in quello delle infrastrutture, con la prospettiva di ammodernare in tempi stretti le reti stradali, ferroviarie e aeroportuali.
- Lunedì 11 Ottobre 2010

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