- Tags: Boris-Tadic, hooligans, marassi, serbia, Tigri di Arkan
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(Credits: Ansa/Zennaro Luca)
Belgrado. Per la seconda volta in tre giorni le immagini degli hooligan serbi sono rimbalzate sui media di tutto il mondo. La prima volta domenica, a Belgrado, in occasione del Gay Pride. La seconda, ieri, allo stadio Marassi di Genova.
Tatuati, rasati, giovani, arrabbiati. Gli hooligan di Serbia vogliono gettare un’ombra sul Paese che sta cercando di avvicinarsi all’Europa. “Non permetteremo che mille teppisti gettino vergogna e fango su 10 milioni di serbi”, dichiara il vice premier serbo, Bozidar Djelic, alla platea dell’ Ipalmo che qui a Belgrado ha organizzato il forum “La Serbia verso l’Unione, una partnership strategica con l’Italia”. E il ministro per il Commercio e l’Industria, Slobodan Milosavljevic, rincara la dose: “Sono profondamente disgustato - dice - da quanto è successo a Genova. Sento il dovere di scusarmi con gli italiani e con tutti gli europei”.
La vergogna è il sentimento più diffuso qui a Belgrado, il giorno dopo la follia degli hooligan a Genova. Chi sono? Da dove vengono? Sono semplicemente “tifosi” o c’è qualcosa di più dietro la loro rabbia? Quello che è certo è che le squadre degli hooligan serbi sono organizzate secondo una gerarchia di matrice paramilitare e perseguono obiettivi politici. I club calcistici di serie A a Belgrado sono sei. Tra questi, almeno tre hanno una tifoseria politicizzata, con radici che affondano nell’ultra-nazionalismo di estrema destra.
Caos, confusione, disordine. Un boicottaggio violento e costante contro il governo del presidente Boris Tadic, “colpevole”, secondo i facinorosi, di stringere la mano a coloro che hanno bombardato Belgrado. Una violenza che scaturisce dall’impegno politico, dunque, e non solo dal tifo da stadio.
L’appartenenza a una squadra di calcio in Serbia va ben oltre il semplice gusto del gioco, e si intreccia con altri fattori sommersi. Pian piano, quelle variabili nascoste stanno venendo fuori e sono sempre più visibili.
Mladen Obradovic è il giovane leader del movimento Otacastevni Pokret Obraz (”Salviamo la faccia”), abbreviato in Obraz, formazione omofoba dell’ultradestra. Proprio Obradovic è tra gli arrestati degli scontri di domenica scorsa al Gay Pride. Tifa per la Stella Rossa, già squadra del cuore delle sanguinarie Tigri di Arkan, che, assieme agli hooligan del Partizan di Belgrado, hanno dato il via agli incidenti nella capitale serba subito dopo la proclamazione di indipendenza del Kosovo.
Il sottobosco dei facinorosi serbi è alimentato da soldi sporchi, provenienti soprattutto dalla mafia balcanica. Non è un caso che molti dirigenti della Stella Rossa nel 2008 furono arrestati proprio in seguito a una loro complicità con frange mafiose che operano in tutta l’area.
La travagliata storia della dissoluzione della Jugoslavia, con la conseguente scia di sangue che l’ha caratterizzata, inizia proprio con una partita di calcio: nel 1990 scoppiano incidenti durante Dinamo Zagabria - Stella Rossa.
All’epoca il giocatore croato Zvonimir Boban (poi passato al Milan) intervenne per tutelare i tifosi della sua squadra contro i poliziotti di Belgrado. Anche allora dal campo di calcio la competizione si trasferì per le strade, armata di spranghe. In palio non più solo l’orgoglio sportivo, ma un revanscismo nazionalistico, unito alla disperata necessità di marcare la propria provenienza etnica rispetto a quella degli altri. Nulla a che vedere con il calcio.
Da allora, da quella famosa partita, i tifosi serbi si sono identificati nel nazionalismo, come una sorta di guerrieri mandati in campo per condurre la loro personale battaglia. E di fronte ai passi del presidente Boris Tadic per portare il Paese in Europa, gli “ultrà” militanti pongono un veto. Il loro obiettivo è chiaro: far saltare le carte in tavola. Creare instabilità e far sì che il conflitto sociale sia permanente, un po’ come una partita di calcio che non vuole finire mai, con calci di rigore tirati ad oltranza.
- Mercoledì 13 Ottobre 2010

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Commenti
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Il 13 Ottobre 2010 alle 20:42 carlo.tosi ha scritto:
Lo sapevano tutti che tra quei tifosi si nascondeva una banda di criminali. Li conoscevano bene anche a casa loro, e ci avevano mandato informative degne di attenzione. E noi ci siamo lasciati sorprendere come polli, lasciando campo libero a questi delinquenti, di entrare in Italia, in città ed allo stadio armati fino ai denti. L’ennesima brutta figura per l’intero mondo del calcio, ma sopratutto per le forze dell’ordine, in primo luogo per chi deve prevedere ed organizzare la sicurezza in queste occasioni. E le giustificazioni di Maroni suonano come inutili tentativi di mascherare la reale gravità dei fatti.
Il 14 Ottobre 2010 alle 1:29 p.a.d ha scritto:
In USA avrebbero piazzato un tiratore scelto per il fenomeno da circo arrampicatosi sulla transennatura ed avrebbero usato “taser” a go-go sui suoi compari risolvendo tutto in pochi minuti!
Altro che qui. La Polizia ha lavorato fin troppo bene, visti i limiti nei quali è continuamente costretta ad operare, posti da imbecilli pacifinti e falsi moralisti sempre pronti a scatenare polemiche sull’operato delle forze dell’ordine. Gli stessi che un giorno condannano (giustamente) i preti pedofili e che il giorno dopo accusano Israele di infanticidio quando in realtà dovrebbero condannare i palestinesi di Hamas ch si fanno scudo di donne, bambini e anziani inermi.
I serbi questo lo sanno, conoscono bene l’Italia come il paese del bengodi dove più sei delinquente più sei personaggio e fai tendenza… soprattutto a sinistra.
Hanno scelto opportunamente di far casino qui, a differenza di Germania o Regno Unito o qualunque altra locazione sportiva gli fosse capitata nel corso degli europei di calcio. Là avrebbero pescato male fin dal primo minuto, ma soprattutto difficilmente sarebbero entrati allo stadio con tutto l’aramamentario visto a Genova.
Stiamo raccogliendo i frutti dei liberi confini in libera Europa, mentre a Bruxelles se ne sbattono ed in Serbia si limitano a patetiche scuse.
E i danni chi li paga?
Il 14 Ottobre 2010 alle 16:27 e.fumagalli ha scritto:
Se non sbaglio sono nazisti e stupisce che un nazista gli spari addosso. Fino a che la Jugoslavaia la teneva in pugno Tito che tanto filo sovietico non era, i nazionnalismi in quella regione piuttosto accesi da sempre, li tanva a bada. Morto Tito il caos e vennero fuori i nazisti. Per fortuna che non avevano bandiere rosse è questo che ha ingannato la nostra polizia, credeva fossero solo fascisti e Genova con i fascisti non è mai andata d’accordo. Questo è quanto risulta. Forza Zena.
Il 14 Ottobre 2010 alle 17:38 indigesto ha scritto:
Si, d’accordo! ma la sorveglianza all’ingresso degli stadi, che hanno esasperato nel nostro Campionato di calcio, che faceva? dormiva quando questi delinquenti hanno introdotto bengali, sbarre e attrezzi da scasso?
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