
Il premier giapponese Naoto Kan (Credits: LaPresse)
Il Presidente americano Barack Obama è stato il primo, assieme al Dalai Lama, a chiedere ufficialmente a Pechino la scarcerazione del dissidente cinese Liu Xiaobo subito dopo l’assegnazione del Nobel per la pace. Poco dopo è arrivata la richiesta di liberazione presentata dall’Unione Europea e, oggi, ha stupito l’affermazione del Primo Ministro giapponese Naoto Kan che nel corso di un dibattito al Senato ha dichiarato che “in nome dei diritti universali dell’uomo, che devono essere protetti al di là delle frontiere, è auspicabile” che Liu sia liberato, aggiungendo poi quanto sia importante “che i diritti umani e le libertà fondamentali, in quanto valori universali, siano garantiti anche in Cina”. Si tratta di parole molto forti, soprattutto se pronunciate da un paese che poche settimane fa ha rischiato di farsi coinvolgere in una pericolosissima escalation militare per definire la sovranità sulle isole Diaoyu/Senkaku.
Considerando poi che in pochi giorni Pechino ha cancellato una serie di incontri di livello ministeriale e di spettacoli in Norvegia già pianificati da tempo solo per esprimere il disappunto della Repubblica popolare a fronte dell’assegnazione del premio, è molto probabile che l’inaspettata dichiarazione di Naoto Kan possa di nuovo far salire la tensione tra Cina e Giappone. Anche perché l’ondata di polemica mista a profondo risentimento innescata dalla vicenda di Liu Xiaobo sembra essere destinata a durare ancora a lungo.
Un esperto di politica interna cinese, che ha scelto di rimanere anonimo per la delicatezza dell’argomento trattato, ha spiegato che la reazione di Pechino all’assegnazione del Nobel rivela un atteggiamento nuovo da parte della dirigenza comunista: “forte della crescita economica cinese, il partito è diventato ancora più insolente e sfacciato quando si tratta di affrontare il tema della tutela dei diritti umani a livello internazionale. Inoltre, la vicenda di Liu Xiaobo ha evidenziato per l’ennesima volta i contrasti che esistono all’interno del Politburo, dove Wen Jiabao, un funzionario ‘relativamente’ liberale che però non è abbastanza potente per decidere autonomamente di imporre un cambiamento significativo al sistema, ha scelto volontariamente di non commentare l’assegnazione del Nobel, per non schierarsi e per non contraddire i frequenti segnali di apertura che hanno caratterizzato le sue dichiarazioni degli ultimi anni”. E da una leadership molto divisa che proprio per questo motivo rischia di prendere decisioni avventate è difficile aspettarsi qualcosa di buono.
- Giovedì 14 Ottobre 2010

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Commenti
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Il 14 Ottobre 2010 alle 12:25 gratis ha scritto:
La presa di posizione del premier giapponese non solo è un assaggio di prova della disponibilità cinese a comportarsi adeguadamente in campo internazionale ma, con tutta evidenza, è anche una ripicca per il caso del capitano cinese arrestato in acque giapponesi e che la Cina ha forzato il Giappone, con minacce inaccettabili, a liberare.
Una ripicca per far comprendere alla Cina che il Giappone non ha timore d’essa e se ha liberato il capitano cinese lo ha fatto solo per non creare tensioni.
Mi sembra un chiaro avvertimento alla Cina a non cazzeggiare ulteriormente, pensando d’averla sempre vinta.
In pratica la si avvisa indirettamente che il Giappone potrebbe prendere in considerazione di riarmarsi, se continua l’andazzo attuale della politica esterna e interna cinese.
Esattamente come avevo previsto, e queste sono solo prime avvisaglie di un Giappone che può mutare il suo indirizzo pacifico.
La Cina è scarsamente saggia se conta sulla sua grandezza e sulla sua cresciuta economia e influenza mondiale per fare quello che gli pare, francamente dalla Cina non me l’aspettavo data la loro tradizionale prudenza e saggezza.
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