
Nasrin Sotoodeh è un’avvocatessa iraniana, arrestata il 4 settembre scorso. La sua colpa? Aver rappresentato i suoi clienti davanti ai tribunali iraniani. Nasrin è infatti l’avvocato difensore di alcune note figure di opposizione al governo iraniano, tra cui la sua collega Shirin Ebadi (vincitrice del premio Nobel per la pace nel 2003) e Isa Saharkhiz (giornalista e attivista dei diritti umani attualmente in carcere), nonché di alcuni minorenni condannati alla pena di morte.
Madre di due bambini di 4 e 10 anni, Nasrin Sotoodeh si trova in cella di isolamento, non le è consentito ricevere visite dei famigliari e dal 24 settembre sta facendo lo sciopero della fame. Secondo le notizie provenienti dalla prigione di Evin e diffusi dai siti Internet dell’opposizione, le sue condizioni di salute sarebbero allarmanti e si teme che sia sottoposta alla tortura.
Non è la prima volta che Nasrin si trova nell’occhio del ciclone. Nel giugno del 2008 aveva cercato di partecipare, con altre otto donne, a un seminario ristretto (e pacifico) organizzato dalla Campagna per l’uguaglianza, un network per mettere fine alle discriminazioni contro le donne insite nel sistema legale. Gli strumenti del network sono l’informazione, la diffusione di maggiore consapevolezza e la raccolta di un milione di firme tra gli iraniani, una sorta di petizione da presentare poi alle autorità.
Il 12 giugno (che coincide in genere con il 22 del mese di Khordad del calendario persiano) è il cosiddetto giorno della solidarietà contro le leggi che discriminano le donne. Nel 2005 il network aveva organizzato una manifestazione (affollata) di fronte all’Università di Teheran. L’anno dopo gli attivisti avevano voluto fare il bis e una dimostrazione simile aveva portato all’irruzione delle forze di sicurezza e all’arresto di 70 persone.
Nel 2008 l’obiettivo era commemorare le disavventure degli anni precedenti. Doveva essere un gesto di solidarietà e doveva aver luogo nella Rahe Abrisham Gallery. Ma le forze di sicurezza obbligarono il proprietario della galleria a chiudere i battenti e le donne furono tutte arrestate, trattenute per la giornata in cella e rilasciate soltanto a tarda sera. Tra quelle iraniane c’era anche Nasrin.
Per chiedere la liberazione di Nasrin è in corso una petizione che - attraverso la raccolta delle firme alle varie associazioni internazionali degli avvocati, procuratori e giudici – cerca di “fare pressione sulla magistratura iraniana affinché venga rilasciata la loro collega immediatamente e incondizionatamente”. Come ha dimostrato il caso Sakineh, accendere i riflettori può servire. Senza per questo dimenticare i tanti che, per un motivo o per l’altro, restano nel cono d’ombra.
- Martedì 19 Ottobre 2010

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