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Cecenia, la guerra infinita che Mosca non riesce a vincere - L’ANALISI

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  • Tags: cecenia, Dokka Umarov, Ramzan-Kadyrov, terrorismo, Vladimir-Putin
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(Credits: ANSA/Stringer)

(Credits: ANSA/Stringer)

Un attacco al cuore delle istituzioni cecene. Questo l’intento dei guerriglieri che ieri a Grozny hanno preso d’assalto il Parlamento e sono rimasti uccisi durante gli scontri con le forze di sicurezza. Il numero dei morti è ancora poco chiaro. Sarebbero sei per il presidente Ramzan Kadyrov e nove secondo altre fonti, ma l’unica cosa certa è che la “normalizzazione” in Cecenia, annunciata l’anno scorso dal premier russo Vladimir Putin, ancora non c’è.

Il livello di conflittualità resta altissimo, ma Mosca dovrebbe mettere da parte la repressione e “percorrere la strada della legalità”, perché i “terroristi non vanno uccisi, ma giudicati nelle aule dei tribunali”. È questa l’opinione di Sergey Markedonov, direttore del Dipartimento di Studi sulle relazioni etniche dell’Istituto di analisi politica e militare di Mosca (IPMA), intervistato da Panorama.it.

Professor Markedonov, qual è l’idea che si è fatto dopo i gravi fatti di ieri a Grozny?

Prima di tutto vorrei sottolineare che la lotta politica nei Balcani, nel Caucaso e in Cecenia è una lotta tra simboli. Poco tempo fa c’è stato il congresso dei ceceni della diaspora, con 25 delegazioni diverse provenienti da tutto il mondo. Ramzan Kadyrov è stato eletto segretario generale di quel gruppo. Simbolicamente, questo significa che vuole essere il leader dei ceceni a livello globale e non solo nazionale.

Il presidente Kadyrov è un uomo del Cremlino, ma oggi è ancora così forte?

No, oggi tutto dimostra che le forze di Kadyrov non sono poi così grandi e che sono invece molto limitate. Ad agosto il suo villaggio natale è stato attaccato. Oggi Kadyrov è un politico vulnerabile, ed è visto così sia in Cecenia che in tutto il Caucaso.

Gli attentatori che sono penetrati ieri nel Parlamento erano estremisti islamici?

È  possibile, anche se al momento non possiamo esserne certi. È difficile ora tirare una conclusione sulle posizioni ideologiche degli attentatori, che in Cecenia si dividono in due categorie: i seguaci di Dokka Umarov, il numero uno dei terroristi caucasici che vorrebbero instaurare un emirato sotto la sharia nel Caucaso del Nord, e le frange di estremisti etnico-nazionalisti. Al momento, in Cecenia stiamo assistendo a un pericoloso riaccendersi del sentimento ultranazionalistico. E questo è da tenere in considerazione. Personalmente, però, credo che Dokka Umarov stia cercando di dimostrare la sua forza e il suo potenziale. Ma sull’ideologia che muove i suoi uomini, sarei un po’ più cauto.

Però sull’agenzia russa Ria Novosti abbiamo letto che si è trattato di un attacco suicida, il che fa pensare alla matrice islamica

Sì, certo. Da un punto di vista tattico l’attacco sembra chiaramente riferibile a una modalità islamica. Solitamente i nazionalisti preferiscono seguire la tattica degli ostaggi, in scuole e luoghi pubblici, come successe a Beslan. Ma dobbiamo stare attenti in questa situazione. Dal punto di vista investigativo è interessante il connubio di queste due forze, ossia  il nazionalismo che agisce con le tattiche dell’estremismo islamico.

Ma Putin non aveva detto che la guerra era finita e la situazione era “normalizzata”?

Dobbiamo comprendere che l’intera storia politica di Vladimir Putin dipende dalla situazione cecena. Putin è arrivato al potere con lo slogan “pacifichiamo la Cecenia”, e ci ha provato. Dal 2005 ha adottato una strategia più orientata allo sviluppo economico e politico, e non solo basata sulla mera repressione. Ma, credo che oggi la cosiddetta “cecenizzazione” dimostri grandi limiti. Guardiamo ai fatti. L’anno scorso Putin e Kadyrov hanno annunciato che la guerra era finita e che avevano vinto. Ma i metodi dei terroristi hanno mostrato che esiste un’altra storia. Molti attacchi hanno un significato simbolico, come quello al Parlamento di Grozny. Insomma, possiamo stare qui a discutere per ore, ma i fatti ci dicono chiaramente che la “cecenizzazione” è fallita.

Da un punto di vista economico cosa è stato fatto?

I russi hanno portato molto denaro in Cecenia. Per la regione la Russia ha investito 58 miliardi di rubli, una somma enorme per le tasche del Cremlino. Abbiamo sostenuto ogni iniziativa di Ramzan Kadyrov, che nella politica russa è diventato una sorta di “intoccabile”, e con quali risultati? L’integrazione della Cecenia non è ancora arrivata. Le vittime continuano a riempire le strade. Si è pensato a dare pieno appoggio politico a Kadyrov, ma non si è pensato alla necessità di perseguire l’integrazione. Ma i cittadini russi non sono interessati al potere di Kadyrov, quanto invece alla pacificazione della Cecenia, perché così si abbassa il livello di rischio per loro. E i cittadini caucasici e ceceni non sognano certo un emirato, ma, con un tasso di disoccupazione al 50%, vogliono lavoro, istruzione per i loro figli e benessere.

Ma è molto difficile avere integrazione se si persegue una repressione sistematica, come hanno fatto i russi in tutti questi anni

Sì, è vero. Ma vorrei sottolineare una cosa importante. La repressione non è l’unica strada. Una guerra va combattuta, certamente, ma la gente è più interessata  ad avere un futuro sicuro, più che a tutto il resto. Anche conducendo una guerra, i terroristi non vanno “solamente” uccisi, ma vanno portati in un tribunale e lì giudicati. Pensiamo al caso di Ocalan. I servizi turchi avrebbero potuto ucciderlo, ma hanno preferito arrestarlo e processarlo, dimostrando tutta la sua debolezza. Da un punto di vista psicologico, ideologico  e politico, un atteggiamento del genere sarebbe molto più produttivo per Mosca. In un tribunale, la gente che viene processata diventa improvvisamente più debole. I terroristi sono dei simboli e non devono diventare delle vittime, ma devono essere giudicati legalmente.

Mosca lo farà?
La strada è quella. La Russia ha intenzione di seguirla, ma ci vorrà tempo. Mi creda, la gente che abita nel Caucaso non sogna un emirato afghano o la sharia. La gente in Cecenia non sa nemmeno come si vive in Inguscezia, figuriamoci un po’ cosa ne sanno dell’Afghanistan. Ovviamente, seguono le elìtes locali e i militari. Ecco, il problema sono proprio le elìtes corrotte, spesso connesse agli estremisti che hanno nel mirino il Cremlino e che, purtroppo, hanno mano libera nell’influenzare la gente.

  • anna.mazzone
  • Mercoledì 20 Ottobre 2010

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