
Aung San Suu Kyi (Credits: LaPresse)
La Birmania è un paese misterioso, impenetrabile, governato da una giunta militare che non ama farsi troppa pubblicità. Eppure, c’è stato un momento in cui qualcuno ha pensato, e sperato, che qualcosa potesse cambiare. Per la prima volta in vent’anni, i militari hanno annunciato che nel paese sarebbero state organizzate libere elezioni in cui ogni cittadino avrebbe potuto esprimere la propria preferenza, aiutando il paese nella transizione verso una “democrazia dalla fiorente disciplina“.
In realtà, è possibile prevedere sin da ora che le elezioni del prossimo 7 novembre potranno confermare soltanto l’ennesimo successo per i militari. Anche perché l’unica formazione politica che si presenterà in questa competizione elettorale sarà la giunta guidata dal generale Than Shwe, l’uomo che controlla la Birmania dal 1992. Questo perché, a maggio, la Lega nazionale per la democrazia (Lnd), il partito del Premio Nobel Aung San Suu Kyi, la paladina sessantacinquenne della democrazia birmana, che ha trascorso quindici degli ultimi vent’anni agli arresti domiciliari, è stata sciolta. Una scelta inevitabile per un partito a cui la giunta ha impedito con una nuova legge di includere nella propria lista persone che stanno scontando una condanna. “Partecipando alle elezioni senza il nostro leader avremmo tradito lei e la democrazia. Boicottando i seggi, invece, abbiamo qualche possibilità di dimostrare alla giunta e al paese che siamo ancora un partito forte”.
Nel frattempo, fingendo di essere intenzionata a organizzare elezioni libere e trasparenti, il generale Than Shwe ha persino firmato un’autorizzazione speciale per dare la possibilità di votare anche ad Aung San Suu Kyi. Un permesso che il Premio Nobel ha immediatamente rifiutato: se il suo partito non parteciperà alle elezioni, per chi avrebbe dovuto votare, forse per i militari?!! Non solo: la giunta ha fatto sapere che la dissidente birmana potrà essere liberata subito dopo le elezioni. In teoria, la scarcerazione di Aung San Suu Kyi sarebbe prevista per il 13 novembre, ma sono anni che gli arresti vengono prolungati con scuse formali o nuove accuse di vario tipo.
Ecco perché l’annuncio dell’ennesima prossima liberazione potrebbe significare due cose: o la giunta non ha nessuna intenzione di mantenere la parola data, come è già successo in passato, o ha in mente di sfruttare le prossime elezioni per legittimare l’instaurazione di un regime talmente chiuso e dittatoriale da non temere neppure la liberazione del Premio Nobel. E per evitare che qualcuno racconti quello che succederà in Birmania prima e dopo le elezioni, i militari hanno anche vietato l’ingresso nel paese a tutti gli osservatori e i giornalisti stranieri.
- Giovedì 21 Ottobre 2010

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Commenti
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Il 21 Ottobre 2010 alle 17:26 indigesto ha scritto:
Altro modo di intendere la democrazia quello birmano. Certo che delle parole “democrazia” e “socialismo” si è fatto sempre abuso, dando ad esse significati totalmente diversi, come del resto anche da noi. Ma che come democrazia possa essere inteso un ordinamento guidato da militari, anche se “leggittimato” da farsesche elezioni, è veramente ridicolo!
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