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Omar al Bashir (Credits: AFP/Ebrahim Hamid)
Mentre la scadenza del referendum sull’indipendenza del Sud Sudan del 9 gennaio si avvicina, si rincorrono dichiarazioni politiche di segno opposto da parte della dirigenza sudanese.
Tre giorni fa il ministro della Difesa sudanese, Abdul-Rahim Hussein, aveva ipotizzato uno slittamento della data, se non venissero risolte le questioni ancora pendenti fra il governo di Khartoum e le autorità del Sudan meridionale.
Quali sono le questioni sul tappeto? Primo, la delimitazione delle frontiere, secondo la condivisione delle risorse petrolifere e infine l’iscrizione ai registri elettorali. Le liste elettorali dovrebbero comprendere tutti i sudanesi di origine meridionale, anche quelli che sono trasferiti nel nord del Paese, ma non è stata ancora trovata un’intesa sui criteri di diritto al voto.
Nel 2005, un accordo di pace ha messo fine a 21 anni di guerra civile fra il nord musulmano e il sud cristiano-animista: le autorità del Sud Sudan hanno di recente minacciato di far svolgere il referendum unilateralmente se Khartoum dovesse accumulare ulteriori ritardi nell’organizzazione del voto.
Stempera i toni il governo centrale di Karthoum: il Sudan è pronto a riconoscere qualsiasi risultato dovesse arrivare dal referendum. Lo ha affermato ieri Mustafa Osman Ismail, consigliere speciale di al Bashir in visita a Roma: “Ci sono molte voci sul fatto che dopo il referendum scoppierà un conflitto, perché una delle due parti non accetterà il risultato”, ha detto Ismail. “La consultazione verrà monitorata dalla comunità internazionale: se gli osservatori diranno che il referendum è giusto, imparziale, allora lo accetteremo. Ci siamo combattuti l’un l’altro (Nord e Sud, ndr) per oltre 50 anni, non vogliamo altre guerre”.
Stamani, lo stesso presidente Bashir ha detto che il referendum non comporterà un “ritorno alla guerra” e che “il governo lavora per il mantenimento della pace”.
E poi, nel complicato scacchiere della zona, torna alla ribalta la crisi del Darfur. Un rapporto dell’Onu, che dovrebbe essere presentato a giorni a New York, racconta di ritrovamenti di proiettili di fabbricazione cinese nella martoriata regione sudanese. Il testo elenca tutti i tipi di bossoli ritrovati nelle aree dove ci sono stati scontri. Una decina provengono dalla Repubblica Popolare Cinese, due dal Sudan stesso, due da Israele. In Darfur esiste un embargo sulle armi in vigore da 5 anni. Pechino sta ora cercando di bloccare il rapporto del Palazzo di Vetro.
A rivelare la questione è stato l’inviato del Washington Post al Palazzo di Vetro, direttamente nel suo blog.
Nello scottante documento si afferma che le forze governative sudanesi hanno usato negli ultimi due anni oltre una decina di serie diverse di munizioni cinesi contro i ribelli del Darfur e che casse di munizioni cinesi sono state rinvenute dopo diversi attacchi alle forze Unamid, i caschi blu dislocato nella regione. Sempre secondo fonti Onu, non ci sarebbero prove che le munizioni arrivino direttamente dalla Cina (questo sarebbe una grave violazione dell’embargo).
In più, secondo quanto rivelato dal giornalista americano Colum Lynch le munizioni cinesi sarebbero di fabbricazione successiva al 2009, quindi nuove. Karthoum avrebbe anche usato elicotteri e aerei da caccia bielorussi e russi.
Nel 2007 Amnesty International aveva già accusato Pechino di vendere armi a Karthoum.
Dal canto suo la Cina rigetta ogni accusa. Il portavoce del Ministro degli Esteri Ma Zhaoxu ha detto che il testo si basa su “informazioni non confermate” e ha parlato di accuse “irresponsabili”. Il portavoce non ha risposto invece alla domanda sul tentativo di Pechino di ritardare la pubblicazione del rapporto. “La Cina ha sempre mantenuto un atteggiamento di piena responsabilità, di coscienza e precisione nell’eseguire le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sul Sudan”.
- Giovedì 21 Ottobre 2010

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