
(Credits: Ansa/Luca Zennaro)
Sorride il presidente Boris Tadic. Tra un anno la Serbia potrebbe essere ufficialmente candidata all’ingresso nell’Unione europea: i ministri degli Esteri dei Ventisette riuniti in Lussemburgo hanno scongelato la domanda di Belgrado, dando il via libera alla Commissione per ogni successiva valutazione. E questo nonostante i bastoni tra le ruote messi negli ultimi tempi dagli hooligans serbi e dagli ultranazionalisti di destra.
In sostanza, la Serbia adesso vede concretizzarsi la possibilità di sedere al tavolo dei negoziati per entrare a far parte dell’Europa e per guardare al futuro, mettendosi alle spalle i fantasmi della guerra. Anche se non proprio tutti. Uno - quello forse più invadente e doloroso - continua ad aggirarsi per le strade di Belgrado. L’ingresso della Serbia in Europa è infatti condizionato all’impegno del Paese di catturare e consegnare al Tribunale penale internazionale (Tpi) dell’Aja Ratko Mladic, meglio noto alle cronache come “il boia di Srebrenica“.
Il presidente Tadic ha già rassicurato l’Unione: “Mladic verrà arrestato”, ha dichiarato alla vigilia della decisione del Consiglio dei ministri Ue, e con lui “saranno puniti tutti i complici che hanno favorito la sua latitanza in questi anni”.
L’ingresso nell’Unione, dunque, per “la testa” dell’ex capo militare dei serbo-bosniaci, accusato di genocidio e di crimini contro l’umanità. Fu suo il terribile massacro di 8.000 musulmani a Srebrenica nel 1995. Una ferita ancora aperta per il Paese, come per tutta la comunità internazionale. A febbraio di quest’anno sembrava che il criminale stesse per essere assicurato alla giustizia, durante un intervento dei servizi serbi in un quartiere popolare di Belgrado, lo stesso dove si era nascosto anche Radovan Karadzic. E Barack Obama, in occasione dell’anniversario dell’eccidio a luglio di quest’anno, aveva fatto recapitare un messaggio personale al presidente Tadic, chiedendo il suo impegno per la cattura di Mladic e la sua consegna alla giustizia internazionale. “Non possiamo lasciare che un crimine di tale proporzioni rimanga impunito”, ha detto il presidente Usa.
Fin dall’inizio del suo mandato nel 2004, Boris Tadic si è proposto come l’uomo della svolta e il fautore della “nuova Serbia“, improntata su una solida rete di affari, libera dal giogo dell’isolamento internazionale e in grado di poter essere pienamente integrata nel consesso europeo. E, da subito, il presidente serbo ha ricevuto il sostegno dell’Italia. Non è un caso che il capo della Farnesina, Franco Frattini, è stato tra i primi a esprimere “vivo apprezzamento” per la decisione dei Ventisette riuniti in Lussemburgo.
Secondo dati recenti forniti dall’Ipalmo, sono circa 140.000 le piccole e medie imprese italiane che fanno affari in Serbia. Nel 2011, la Fiat attiverà lì la sua produzione e il governo serbo prevede di fabbricare e commercializzare circa duecentomila vetture in due anni, per un valore complessivo di 1.3 miliardi di euro. Cifre da capogiro per un Paese con un tasso di disoccupazione del 30%, ma che può diventare l’eldorado del futuro per l’Unione europea, con una manodopera meno costosa di quella albanese e con un mercato “orientale” di circa 1 miliardo di persone, tra Russia, Ucraina, Turchia ed Europa stessa, in cui non esistono dazi doganali e le merci possono circolare a prezzi competitivi.
Insomma, se la Serbia festeggia dopo la buona notizia di ieri, anche l’Europa può brindare, in attesa di vedersi consegnato Ratko Mladic.
- Martedì 26 Ottobre 2010

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