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Da sinistra, il leader del Jem Khalil Ibrahim e il fratello (Credits: AP Photo/Maneesh Bakshi)
180 soldati dell’esercito sudanese, originari del Darfur, hanno disertato per raggiungere i gruppi ribelli della loro regione. Lo ha riferito Ahmed Hussein, il portavoce del Movimento per la giustizia e l’uguaglianza, il Jem (Justice and Equality Movement): “Circa 180 soldati hanno raggiunto il nostro movimento”.
“I militari sono di base a Edd el-Fursan (nel sud del Darfur) e originari della tribù arabe di Bani Halba”. L’esercito sudanese non ha finora commentato la delicatissima notizia.
Proprio mentre si avvicina l’importante scadenza elettorale (il 9 gennaio il referendum per l’indipendenza del sud Sudan), Karthoum deve infatti fronteggiare la possibilità che il fronte in Darfur si riapra violentemente.
Il Jem, il più importante e forte gruppo ribelle della regione sta in queste settimane cercando di convincere i leader arabi locali di unirsi alla lotta: “Abbiamo contattato diversi gruppi… vedremo la risposta nel corso dei prossimi giorni. Ma già, possiamo dire che abbiamo un forte sostegno presso gli arabi del sud Darfur”, ha affermato Ahmed Hussein, convinto che nelle prossime settimane le autorità sudanesi cercheranno di “liquidare” la ribellione, prima del 9 gennaio.
L’eventuale indipendenza del sud Sudan potrebbe infatti incoraggiare i gruppi ribelli del Darfur a riprendere le armi per arrivare anch’essi alla seccessione e dare nuova linfa alla lotta. Nel frattempo continua il giallo sui proitettili cinesi trovati in Darfur.
L’ultimo rapporto del Comitato di Esperti, che monitora il rispetto dell’embargo Onu (datato 2005) al Darfur è ora sulla scrivania della Commissione per le sanzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Secondo il documento, tra le violazioni commesse dal governo di Khartoum, c’è il trasferimento non autorizzato di materiale militare e truppe in Darfur.
Fonti diplomatiche Onu citate dall’agenzia Reuters dicono che le conclusioni della commissione metteranno in serio imbarazzo la Cina, che nega di aver saputo che le armi fornite al Sudan sarebbero state usate in Darfur e che ha cercato nei giorni scorsi di impedire la pubblicazione del rapporto.
Il documento spiega che i marchi ritrovati sulla maggior parte dei 18 tipi di proiettili ritrovati sulle scene di attacchi contro le truppe di peacekeeping dell’Unione Africana/Onu (missione Unamid) indicano che sono stati fabbricati in Cina.
Secondo alcuni diplomatici Onu, la Cina ha sostenuto che anche fabbricanti non cinesi avrebbero potuto usare marchi come quelli documentati dagli esperti, che però hanno a loro volta fornito altre prove che mettono in dubbio le spiegazioni cinesi.
Il rapporto dice anche però che gli stessi esperti non hanno prove che la Cina abbia trasferito munizioni al governo di Karthoum o ad “altri attori” sapendo che sarebbero state trasferite in Darfur.
Dopo aver protestato contro la pubblicazione del rapporto, la Cina ha comunque promesso di indagare sulle modalità con le quali le munizioni sono finite in Darfur. Karthoum ha invece fatto sapere che farà dichiarazioni solo dopo la pubblicazione del rapporto stesso.
- Sabato 30 Ottobre 2010

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