
Barack Obama sempre più teso in vista delle elezioni di Medio Termine (Credits : LaPresse/J. Scott Applewhite)
Forse per la delusione delle elezioni di metà mandato, forse per interessi economici e strategici di ben più ampio respiro, il Presidente americano Barack Obama è partito oggi per un tour asiatico che lo porterà in India, Indonesia, Giappone e Corea del Sud. E il fatto che in Asia, ma in altri Paesi, si trovi in questi giorni anche il segretario di Stato Hillary Clinton sembra confermare il nuovo interesse degli Stati Uniti nei confronti di questa dinamica regione.
Fino a ieri il paese destinato a conquistarsi il ruolo di egemone in Oriente sembrava essere la Cina. Anche se non va dimenticato che il dinamismo economico e le ambizioni territoriali e strategiche della Repubblica popolare hanno sempre fatto paura in Asia. I paesi più piccoli del Sud-est asiatico hanno iniziato negli anni ‘60 a costruire un sistema efficace per controbilanciare questo gigante. Anche se nei momenti in cui, come é successo alla fine degli anni ‘90, l’intervento cinese si è rivelato necessario per salvare l’intera regione dal tracollo economico innescato dalla crisi finanziaria, il Sud-est asiatico ha trovato il coraggio per dare il benvenuto alla Cina nell’ASEAN fondando l’ASEAN +3 (Cina, Giappone e Corea del Sud). Oggi in Oriente è tornata la paura, e per tutelarsi la regione ha creato l’East Asian Summit, un forum che coinvolge oltre alle dieci nazioni del Sud-est asiatico anche India, Australia e Nuova Zelanda. Paesi che Pechino continua a percepire, come il Giappone, troppo filo occidentali, quindi meno affidabili. Tuttavia, per continuare a proiettare l’immagine di ”potenza pacifica e non egemonica”, la Cina ha accettato di collaborare con l’EAS, nella speranza di poter allo stesso tempo convincere questi paesi ad allentare i loro legami con Washington perché “la Cina offre più opportunità”.
Tuttavia, il fatto che i paesi dell’ASEAN si siano resi conto che New Delhi non può reggere il confronto con Pechino e che le difficoltà economiche del Giappone non gli permetteranno di mantenere un ruolo attivo nella regione non favorirà il consolidamento della presenza cinese in Asia ma spingerà quest’ultima tra le braccia degli Stati Uniti. Anche perché da quando la Cina si sente forte e contemporaneamente indispensabile per il resto della regione, ha iniziato ad assumere atteggiamenti aggressivi su molte questioni. Come la rivendicazione della propria sovranità sulle isole del Mare della Cina Meridionale, contesa da decenni con Indonesia, Malaysia, Brunei, Filippine, Taiwan e Vietnam.
Mentre la Cina dismette i panni del “vicino buono” e riprende a ragionare in termini di politica di potenza, il resto della regione non può che fare altrettanto. Il Vietnam ha rafforzato i legami con gli Stati Uniti, con cui ha firmato un accordo di cooperazione militare, e sia l’Indonesia che il Laos sono pronti a seguire il suo esempio. Washington è stata a lungo criticata per essersi disinteressata dell’evoluzione degli equilibri asiatici, ma in assenza di alternative concrete all’interno della regione i membri dell’ASEAN sono pronti a concederle una seconda opportunità. Che l’amministrazione di Barack Obama sta cogliendo al volo, per due motivi: evitare il rafforzamento della Cina nella regione, soprattutto in virtù dell’aggressività dimostrata da Pechino quando si è confrontata con Washington sugli equilibri della penisola coreana e dello stretto di Taiwan, e sfruttare le opportunità economiche che vengono dal Sudest asiatico.
Obama dovrà solo stare attento a fare in modo che le pressioni sui diritti umani non lo portino a perdere le simpatie dell’ASEAN. Visto che anche i paesi asiatici più piccoli non sono intenzionati a barattare quella che percepiscono come una ingiustificata interferenza negli affari interni con un programma di collaborazione economica e strategica, indipendentemente dalla portata dello stesso.
- Venerdì 5 Novembre 2010

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