
Roxana Saberi, ritratta assieme ai suoi genitori, al suo ritorno negli Usa (Credits: Epa/Chris Usher)
Prigioniere politiche nel carcere Evin a Teheran, Marina Nemat e Roxana Saberi offrono al lettore testimonianze diverse, anche nel registro di scrittura. Ma i loro libri rischiano di confondersi: arrivano in libreria in questi giorni, in entrambi lo sfondo di copertina è color cielo, le scrittrici sono in primo piano e indossano un capo di abbigliamento del medesimo azzurro intenso. Intitolata Prigioniera in Iran, l’autobiografia di Roxana ricorda Prigioniera di Teheran, ovvero il titolo della testimonianza di Marina pubblicata tre anni fa e riportata in evidenza sulla copertina del suo nuovo volume, Dopo Teheran.
Appartenente alla minoranza cristiana di Teheran, Marina è entrata in carcere quando aveva sedici anni, nel 1982, all’indomani della rivoluzione iraniana. Vi ha trascorso due anni durante i quali è stata torturata, costretta a convertirsi all’Islam e a sposare il suo carceriere.
Quando è stata liberata ha racimolato il denaro per pagare la cauzione necessaria per il passaporto e lasciare l’Iran. In famiglia nessuno le ha mai posto domande e, emigrata in Canada, a distanza di molti anni ha trovato il coraggio (e il bisogno) di condividere quell’esperienza dolorosa.
Tra le macerie del silenzio, Marina si è iscritta alla scuola di scrittura creativa di Toronto, trovando un valido registro letterario per Dopo Teheran. Il testo è suddiviso in 26 capitoli, ognuno dedicato a un oggetto che l’autrice metterebbe in valigia: una poesia persiana in cirillico (entrambe le nonne erano russe andate spose a iraniani), il diario di Anna Frank (visitando Auschwitz Marina ha immaginato che anche il carcere di Evin possa smettere di mietere vittime e diventare un museo) e un elastico per capelli che il carceriere le tolse prima di violentarla.
Diverso il registro di Roxana, il cui stile è giornalistico e l’autobiografia, in ordine cronologico, trasmette le incertezze di questa trentaduenne arrestata nel 2009 e detenuta per quattro mesi. Figlia di un iraniano e di una giapponese, è nata e cresciuta negli Usa.
Nel 2003, durante la presidenza del riformatore Khatami, si trasferisce a Teheran come inviata di diverse emittenti radiotelevisive di lingua inglese. Nel 2008 il ministero per la Cultura le revoca il permesso di giornalista e qualche mese dopo quattro uomini dei servizi segreti fanno irruzione nel suo appartamento e l’accusano di spionaggio.
Roxana ben rappresenta il nostro mondo, dove i matrimoni misti sono all’ordine del giorno e alle seconde generazioni può venir voglia di recarsi nel Paese di un genitore – in genere quello più esotico – per riappropriarsi di un pezzo di radici.
La sua storia si intreccia alla politica internazionale perché, essendo cittadina sia iraniana sia statunitense, diventa una pedina nel gioco diplomatico tra Washington e Teheran e – complice Internet - l’attenzione mediatica permette che venga liberata in tempi rapidi senza subire torture fisiche.
Marina Nemat e Roxana Saberi sono accomunate dal coraggio ma anche dal fatto che entrambe possono essere accusate dai loro detrattori (a loro volta ex detenuti politici) di essere complici dei loro aguzzini. Marina per essere crollata sotto tortura e aver sposato il suo carceriere, Roxana per aver in prima battuta confessato di essere una spia, coinvolgendo persone che non c’entravano niente.
l peggio, osserva Marina che da tre anni subisce questi attacchi, è “essere insultata e condannata da individui che proclamano di credere nella libertà e nella democrazia”. Come superare le difficoltà? “La felicità è la nostra unica vendetta”, scrive Marina. E, conclude Roxana, “alla fine prevarrà la verità”.
Per chi fosse interessato a leggere le testimonianze delle due donne ecco i riferimenti:
Marina Nemat, “Dopo Teheran, Storia di una rinascita”, Cairo editore, Milano, pp. 314, €16
Roxana Saberi, “Prigioniera in Iran”, Newton Compton, Roma, pp. 306, €14,90
- Lunedì 8 Novembre 2010

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