
(Credits: AP Foto/Khin Maung Win)
Aung San Suu Kyi, la leader dell’opposizione birmana e premio Nobel per la Pace tuttora sotto arresto, dovrebbe essere liberata sabato 13 novembre. Da Rangoon fonti ufficiali della sicurezza nazionale lo hanno dichiarato poco prima delle elezioni di domenica scorsa e lo confermano oggi. Ma lei fa sapere che rifiuterà una liberazione “condizionata”.
Agli arresti per 15 degli ultimi 21 anni, la leader democratica birmana potrebbe essere di nuovo libera tra poche ore, sempre che il Generale Than Shwe, padre-padrone del Myanmar e a capo della Giunta militare che governa nel Paese, si esprima favorevolmente. E’ sua, infatti, la scelta finale sulla sorte di Aung San Suu Kyi, che ha boicottato le elezioni, non esprimendo il suo voto e invitando le opposizioni a disertare le urne.
Ma, mentre voci da Rangoon confermano la presenza in Myanmar del figlio più giovane di Aung San Suu Kyi che risiede in Gran Bretagna (Kim Aris di 33 anni) e che starebbe lavorando per ottenere un visto di espatrio verso il Regno Unito per la madre subito dopo il rilascio, l’icona dei diritti umani fa sapere che non accetterà la libertà se la Giunta militare dovesse porre delle “condizioni”.
“[Aung San Suu Kyi] non accetterà un rilascio condizionato“, ha dichiarato alla Reuters il suo avvocato difensore Nyan Win. “Come sappiamo - ha continuato - non ha mai accettato anche in passato una libertà limitata”.
All’indomani delle elezioni in Birmania, le prime in venti anni di dittaura, Aung San Suu Kyi ha invitato le opposizioni a denunciare le frodi che hanno caratterizzato il voto, portando all’annuncio della vittoria del partito sostenuto dai militari con l’80% dei voti. Cosa che ha scatenato immediate reazioni da parte dei ribelli e un esodo di massa verso i confini thailandesi, per paura dell’esplosione di una guerra civile.
Diverse le reazioni della comunità internazionale. Se da una parte il presidente Usa Barack Obama ha bollato le elezioni in Myanmar come “stolen”, ossia rubate, il ministro degli Esteri cinese le ha invece lodate come “pacifiche e di successo”, illustrando il rafforzamento delle relazioni tra la Cina, affamata di energia, e la vicina Birmania, così ricca di risorse.
Mentre, alla vigilia del voto, i membri dell’ASEAN (l’Associazione dei paesi del Sud Est Asiatico), hanno chiesto ai militari l’immediato rilascio di Aung San Suu Kyy e degli altri 2000 prigionieri politici tuttora detenuti nelle carceri del regime.
- Giovedì 11 Novembre 2010

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Commenti
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Il 11 Novembre 2010 alle 16:32 indigesto ha scritto:
Spuntano sempre i cinesi dietro questi regimi. Chissà perchè! Si, affamati di energia, ma sempre con regimi che somigliano al loro istaurano amicizia.
Fa bene i Premio Nobel a continuare la la sua lotta politica e di denunce. E’ tra i pochi che può ridare diognità al suo Paese.
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