Tutto è cominciato con l’intuizione di un uomo che per la sua idea si è meritato il Nobel per la Pace: Mohammad Yunus premiato per l’invenzione del microcredito, i prestiti a misura di povero. Una rivoluzione che ha ridato speranza a milioni di indigenti, soprattutto donne, in molti paesi in via di sviluppo.
Ma proprio dove ha messo radici più profonde, questo sistema ora rischia un tracollo pericolosamente simile a quello dei derivati che ha travolto Wall Street e, a cascata, le economie del mondo. In India i mini finanziamenti sono usciti dai confini del no profit per diventare un’impresa che vale quasi 5 miliardi di euro e ha 27 milioni di clienti: molti dei quali sono troppo indebitati e non riescono più a pagare.
Secondo un consulente della Banca Mondiale almeno un quarto delle società indiane che si occupano di microfinanza rischiano la bancarotta.
In Andhra Pradesh, uno degli stati più popolosi e poveri del subcontinente, dove si concentrano il 37 per cento delle attività di tutto il settore, sono di fatto saltati rimborsi pari a circa 90 miliardi di rupie (cira 1 milione e 450 mila euro). Negli ultimi mesi almeno 75 persone si sono suicidate perché non riuscivano più a far fronte alle rate dei prestiti.
Studentesse come Lalitha Mursilmula, 16 anni. Un giorno è stata avvicinata da un esattore di un’agenzia del microcredito, che insieme ad altri abitanti del villaggio hanno cominciato ad incalzarla sul fatto che i suoi genitori erano indietro con le rate, le avrebbero intimato di trovare i soldi vendendosi se necessario. Lei non ce l’ha fatta, è tornata a casa, e si è tolta la vita bevendo fertilizzante. In una lettera ha pregato i suoi genitori di non prendere altri prestiti. Il marito di Sulthana Begum, invece si è impiccato. Vendeva banane guadagnando 6000 rupie (96 euro) al mese, ma aveva debiti per 5400 rupie al mese.
Il meccanismo ideato da Yunus e sviluppato attraverso la Grameen Bank, prevede la concessione di prestiti che di solito non superano i 50 dollari a gruppi composti per la maggior parte da donne, che grazie a quelle somme sono in grado di avviare piccole attività imprenditoriali. Condividono la responsabilità per la restituzione del denaro e se qualcuna non riesce a far fronte ai suoi obblighi, le altre le vanno in soccorso. Questo ha garantito altissimi tassi di solvibilità.
Nel sub continente tuttavia, il sistema è diventato parte integrate dell’industria finanziaria tanto che il colosso del microcredito indiano la SKS Microfinance, nata nel 1998, è sbarcata in borsa la scorsa estate: un’operazione che ha portato nelle casse della società sostenuta da George Soros e guidata da Vikram Akula, 250 milioni di euro scatenando le ire di Yunus: “questa mossa spinge la microfinanza nella direzione seguita dagli squali dei prestiti” ha tuonato “e mette a rischio l’intera missione”.
Pur di estendere la loro attività molte agenzie del microcredito, in feroce competizione tra loro, hanno cominciato a concedere prestiti multipli a braccianti, piccoli contadini e commercianti senza tenere conto del loro reddito, i tassi di interesse applicati sono arrivati a superare il 30 per cento, e le modalità di recupero delle somme dovute sono diventate spesso aggressive. In Andrha Pradesh, le autorità sono corse ai ripari. Dapprima i politici hanno incoraggiato le persone a non ripagare i prestiti, e cacciare gli esattori, poi hanno approvato una legge che impedisce la concessione di prestiti multipli, limita il tasso di interesse applicabile e vieta le riscossioni settimanali delle rate.
“Il modello di business delle società di microfinanza deve essere modificato” ha aggiunto C. Rangarajan, consulente economico del governo ed ex capo della Banca centrale indiana, che ha da poco costituito una commissione ad hoc proprio per studiare nuove regole per il settore.
Le banche che concedono alle società del microcredito l’80 per cento dei fondi, hanno reagito chiudendo i rubinetti, una decisione che rischia di spazzare via molti operatori. “La microfinanza ha dato un contributo fondamentale all’inclusione dei poveri nello sviluppo economico, uccidere questo settore sarebbe un atto di apartheid finanziaria” ha detto Vikram Akula.
- Lunedì 22 Novembre 2010


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Commenti
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Il 22 Novembre 2010 alle 18:50 cantastorione ha scritto:
Non sono un economista, ma era prevedibile la deformazione del sistema microcreditizio… non appena la cosa si è allargata è divenuta incontrollabile… naturalmente…
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