

di Fausto Biloslavo
Lunedì 15 novembre a Belgrado è arrivato il procuratore capo del tribunale internazionale per i massacri nell’ex Iugoslavia, Serge Brammertz. Vuole raccogliere informazioni sulla caccia agli ultimi latitanti e sancire il fatto che la Serbia non è più la pecora nera dei Balcani: dei 46 accusati di crimini di guerra richiesti dalla corte dell’Aia, Belgrado ne ha consegnati 43. Uno non è stato estradato perché si è suicidato al momento dell’arresto. Così all’appello mancano due soli ricercati. Uno è Goran Hadzic, pesce piccolo ma non meno feroce degli altri, accusato di crimini di guerra in Croazia. L’altro è il generale Ratko Mladic, il «macellaio» di Srebrenica, dove nell’estate del 1995 ordinò l’esecuzione di 8 mila bosniaci musulmani. Sulla sua testa pende una taglia che lo scorso ottobre è stata portata da 1 a 10 milioni di euro perché il presidente serbo Boris Tadic, deciso a traghettare il paese nell’Ue, vuole scovarlo: «Il governo sta facendo tutto ciò che è in suo potere per localizzarlo. È mio dovere chiudere questo capitolo di storia. La sua cattura è solo questione di tempo».
Nella visita a Belgrado, Brammertz ha fatto il punto della situazione con l’Action team, un gruppo ristretto incaricato dal governo serbo di dare la caccia ai superlatitanti presieduto da Vladimir Vukcevic, procuratore speciale per i crimini di guerra, del quale fanno parte anche i capi delle forze di sicurezza e dei servizi segreti. Fra i successi del gruppo, il fiore all’occhiello è senz’altro l’arresto (nel 2008) di Radovan Karadzic, ex capo politico dei serbi di Bosnia, che si nascondeva a Belgrado.
Nel gruppo d’azione il più deciso a farla finita con Mladic è Sasa Vukadinovic, che guida la Bia, l’intelligence civile. Classe 1972, si è fatto le ossa come poliziotto nella lotta al crimine organizzato. Uomo di fiducia di Tadic, ha sostituito Rade Bulatovic tre giorni prima dell’arresto di Karadzic. Si temeva che il suo predecessore, legato agli ambienti nazionalisti dell’ex premier Vojislav Kostunica, facesse saltare l’operazione. «Nel 2006 avevamo una buona possibilità di trovare Mladic, ma venne commesso un errore: fare scattare la rete sulla cerchia ristretta che lo aiutava nella latitanza» ha spiegato a Panorama il procuratore Vukcevic. Ad arrestare i suoi fiancheggiatori, mettendo così sull’avviso l’ex generale dei serbi di Bosnia, fu proprio Bulatovic. «Oggi, però, nella caccia a Mladic l’Action team lavora a stretto contatto con una squadra dell’Fbi presente in Serbia» rivela una fonte occidentale a Belgrado.
Dell’A-team fanno parte anche i dirigenti della Voa, il servizio segreto militare. In passato hanno coperto la fuga di alcuni importanti latitanti, ma adesso sono sotto il controllo del ministro della Difesa, Dragan Sutanovac, «la voce più filo Nato dell’esecutivo» dicono nella capitale serba. E sottolinea l’ambasciatore italiano Armando Varricchio: «Belgrado ha dimostrato di fare la propria parte nella caccia ai criminali di guerra». E certo una spinta in questa direzione è venuta dall’accordo di partnership strategica siglato con l’Italia nel 2009.
Dei 43 accusati di crimini di guerra, sono finiti dietro le sbarre del carcere di Scheveningen all’Aia due presidenti della repubblica, un primo ministro, tre capi di stato maggiore delle forze armate, un responsabile dei servizi segreti e diversi generali dell’esercito e della polizia. Nel 2001 venne estradato all’Aia Slobodan Milosevic, lo zar serbo responsabile delle sanguinose guerre degli anni Novanta. Il suo ministro degli Esteri, Milan Milutinovic, consegnatosi su pressione del governo di Belgrado, nel 2009 è stato rimandato a casa, perché «non aveva alcun controllo sull’esercito iugoslavo».
Il generale Nebojsa Pavkovic, detto il Napoleone dei Balcani durante il conflitto in Kosovo, è stato invece condannato a 22 anni di carcere. Vojislav Seselj, il capo degli ultranazionalisti serbi all’opposizione in parlamento, è ancora sotto processo all’Aia.
Ma non ci sono soltanto gli arresti, lo scorso anno la Serbia ha soddisfatto quasi tutte le 1.825 richieste di assistenza giunte dal tribunale, dalla consegna di documenti riservati su Mladic alla protezione dei testimoni. La procura di Belgrado ha inoltre condotto indagini su 383 presunti criminali di guerra, compresi quelli che hanno fatto strage di serbi: 127 sono in attesa di processo, 23 hanno subito una condanna di primo grado e 12 una sentenza definitiva. Nell’aula 2 (dedicata a Giovanni Falcone) dell’edificio protetto della capitale serba dove si svolgono i processi ai criminali di guerra, tuttavia, non tutti i processi si sono conclusi con sentenze esemplari. Le più criticate hanno riguardato i fiancheggiatori di Mladic e gli Skorpion, un gruppo paramilitare che fece strage di prigionieri inermi a Srebrenica.
Il 25 ottobre, quando Bruxelles ha dato via libera al cammino per l’ingresso della Serbia nell’Unione Europea, è stata aggiunta anche una clausola non scritta: che Mladic venga catturato entro la fine del 2011. E così il cerchio si sta stringendo attorno al generale di 68 anni (latitante da 15) che molti serbi ancora oggi considerano un «patriota».
I suoi familiari puntano a ottenere una dichiarazione di morte presunta per scongelare i 50 mila dollari di pensione arretrata dell’ex ufficiale e alcuni beni sequestrati. «Ma per dichiararne la morte dovremmo trovare il corpo e mostrarne le prove al mondo» ha detto a Panorama Dusan Ignjatovic, direttore dell’ufficio serbo per la cooperazione con il tribunale internazionale.
L’ultima segnalazione risale al 2008, quando Mladic si nascondeva in un palazzone anonimo di Novi Beograd, quartiere popolare della capitale, ma il 3 novembre a Belgrado e dintorni è scattata una raffica di perquisizioni nelle proprietà di Goran Radivojevic, un discusso uomo d’affari. Il giorno dopo il presidente Tadic si è recato a Vukovar, la Stalingrado croata messa a ferro e fuoco dai serbi nel 1991, «per chiedere scusa, dimostrando di condividere i valori europei». Un percorso iniziato lo scorso luglio con la presenza del capo dello stato serbo all’anniversario del massacro di Srebrenica e la condanna della strage.
- Giovedì 25 Novembre 2010

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