
(Credits: Epa/Massoud Hossaini)
La notizia del falso leader talebano che è riuscito a partecipare a diverse incontri con le autorità di Kabul incassando centinaia di migliaia di dollari dagli alleati per la sua disponibilità al negoziato non solo ha gettato discredito e ridicolo sull’intelligence anglo-americana ma ha anche evidenziato la scarsa portata delle tanto pubblicizzate trattative con i talebani.
La vicenda era stata portata alla luce dal New York Times che rivelò di un falso Mullah Akhtar Mohammad Mansour contattato dai servizi segreti britannici e convinto a suon di dollari ad aderire al negoziato di pace. Un impostore, in realtà: un commerciante pakistano della città di Qetta, come sospettò al terzo incontro con gli emissari di Kabul un afghano che aveva conosciuto il vero Mansour anni prima.
La vicenda, che ha visto l’uomo viaggiare con ogni riguardo su aerei ed elicotteri della Nato, la dice lunga sulla reale capacità dell’intelligence alleata di penetrare la società afghana e di avere almeno una vaga idea di quanto avvenga tra le fila nemiche.
Il 24 novembre, il comandante delle forze alleate David Petraeus ha dovuto ammettere, a denti stretti, che “forse” i mediatori afghani sono stati ingannati da un falso talebano, riconoscendo poi la validità delle indiscrezioni di stampa. Meno sportivo di fronte alla magra figura è stato il presidente afghano Hamid Karzai, che ha negato di aver mai incontrato l’impostore.
I talebani hanno commentato ieri l’episodio definendolo un ”marchio di infamia per gli americani e per i loro alleati”, ribadendo che non intendono negoziare fino a quando l’Afghanistan rimarrà sotto occupazione. Sono stati gli agenti dell’intelligence britannica a indicare il Mullah Mansour come figura chiave per il dialogo di pace tra i ribelli e il governo di Kabul, ma dopo lo “scoop” del New York Times alcuni ufficiali americani hanno cercato di prendere le distanze dagli alleati affermando di essere stati scettici sin dall’inizio circa l’identità dell’uomo che si diceva essere il Mullah Mansour.
Washington e Kabul hanno sempre espresso grande fiducia nei colloqui con i talebani e anche il generale Petraeus aveva dichiarato che i negoziati indicavano che i leader dei talebani si erano finalmente convinti a dialogare per porre fine alla guerra. Il falso Mansour poneva peraltro condizioni più che accettabili per chiudere il conflitto, peccato non fosse lui il braccio destro del Mullah Omar.
Una doccia fredda che smorza gli entusiasmi a chi si era illuso che il conflitto afghano potesse risolversi con un accordo, sempre rifiutato dai talebani, finché le truppe straniere resteranno sul territorio afghano. La tragicomica vicenda del falso Mullah, oltre ad aprire interrogativi su come vengano buttati al vento i soldi dei contribuenti occidentali, sembra indicare che gli alleati la guerra dovranno vincerla o perderla sul campo di battaglia, non “pareggiarla” al tavolino di negoziati sempre più improbabili.
Questa ipotesi rischia di prolungare la missione militare della Nato ben oltre il 2014 stabilito al vertice alleato di Lisbona e soprattutto obbligherebbe a mettere da parte le illusioni dei tanti Paesi europei che puntano a cominciare a ritirare le truppe già dall’anno prossimo.
- Mercoledì 1 Dicembre 2010

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Commenti
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Il 1 Dicembre 2010 alle 21:17 anna.one ha scritto:
Ho sentito dire che la CIA si era accorta subito che era un “impostore” per via che era parecchi centrimetri piu’ basso del vero Mansour.
Un’altra ipotesi per la quale lasciarono continuare la charade: la possibilita’ che il falso Mansour (ISI plant?) serviva gli interessi degli USA (e alleati) rendendo i veri capi del Taliban molto preoccupati e nervosi per via che alcuni dei loro “colleghi” stavano discutendo una eventuale resa.
Il 1 Dicembre 2010 alle 23:05 anna.one ha scritto:
Gamechanger?
http://www.youtube.com/watch?v.....r_embedded
Il 1 Dicembre 2010 alle 23:10 anna.one ha scritto:
Gia’ in uso in Afghanistan..
http://www.cbsnews.com/8301-50.....03543.html
Il 2 Dicembre 2010 alle 10:28 fsl ha scritto:
Dr. Gaiani, non drammatizziamo troppo la situazione!
Lei sa meglio di tutti che dall’Afghanistan non si esce se il governo centrale e gli alleati che lo appoggiano non riescono a raggiungere un accordo con i diversi gruppi di insorti, tutti alla ricerca, chi più chi meno, di vantaggi.
Le trattative, come le operazioni militari possono comportare errori, ma non per questo credo che esista una sola persona al mondo che possa affermare che in Afghanistan si possa vincere uccidendo talibans ed insurgens uno per uno…
Rendiamoci conto che il “danno economico” provocato dal falso leader talibano è ridicolo rispetto al costo dei sistemi d’arma quotidianamente impiegati nelle operazioni militari.
Una bomba guidata, di quelle usate per uccidere un pugno di montanari arroccati in una grotta, costa molto di più dei soldi che avrebbe intascato il finto mediatore!
Per non parlare dell’usura dei veicoli e delle perdite di materiali: solo il 29 novembre un Rafale appena decollato dalla portaerei Charles de Gaulle per andare a “pattugliare” i cieli (non certo vicini!) dell’Afghanistan è precipitato in mare!
Quanto vale quel danno?
Quindi non facciamo troppe tragedie per “un pugno di dollari”!
Il 3 Dicembre 2010 alle 1:52 gianandrea gaiani ha scritto:
Gentilissimo fsl, è vero che i costi bellici sono ben superiori a quelli di eventuali “sprechi” ma ho il sospetto che i negoziati con i capi talibans siano più un desiderio che una realtà anche solo abbozzata. I pochi casi relativi alla resa di gruppi di insorti sembrano dovuti alla pressione militare degli alleati più che a una volontà di trattare. Per questo mi pare che la guerra dovrà essere vinta sul campo di battaglia anche per indurre i talebani a negoziare la resa.
Il 3 Dicembre 2010 alle 14:21 indigesto ha scritto:
La grottesca vicenda del falso Mullah ha posto in rilievo tutociò che Ella ha evidenziato, gentile Dr. Gaiani. Ciò non esclude che anche le trattative “segrete” facciano parte di uno scenario bellico, e nemmeno esclude che per “un pugno di dollari”, a volte il costo di una sola levata in volo, ci sia gente disposta a vendersi l’anima. Intendo dire che dove le trattative sono possibili conviene sempre provarci. Ovviamente con meno ingenuità e meno fretta di chiudere un discorso, che, proprio perchè durato tanto e costato altrettanto in vite umane e mezzi, val la pena di condurre fino in fondo e nella maniera più dignitosa possibile.
Il 3 Dicembre 2010 alle 18:19 fsl ha scritto:
Concordo in pieno sul fatto che molti governi pensano di trattare con gli insorti e di lasciare le truppe a spulciarsi nelle FOB, in attesa del 2014 per chiudere la missione.
E’ l’equivoco di gran parte della sinistra italiana e di tanti nuovi pacifinti di convenienza, comparsi negli ultimi due anni.
Dimostrarsi deboli e puntare SOLO sulla trattativa con personaggi dei quali non si conoscono nemmeno le reali generalità è una scelta peggio che perdente!
Tuttavia oltre alle mazzate bisogna cercare di tessere qualche contatto con i “nemici”.
Se qualche tentativo fallisce, non bisogna certo rassegnarsi, d’altronde non può essere considerato un risultato tenere il paese in uno stato di guerra eterna.
Rimane sempre la necessità di avere un obiettivo da raggiungere, con date perlomeno indicative.
Tornando all’episodio del finto rappresentante del Mullah Omar ribadisco che sia stato troppo drammatizzato; immagino che ci siano state tante altre trattative fallite, rimaste nell’ombra.
Il 3 Dicembre 2010 alle 19:05 anna.one ha scritto:
Visto che il santuario pakistano non puo’ essere rimosso senza la completa collaborazione dei pakis e che ci vorranno anni prima che nella migliore delle ipotesi le tribu’ in Pakistan si organizzano per respingere i talebans, le truppe convenzionali dovranno realizzare cio’ in Afghanistan con le truppe e le tattiche adottate in Iraq.
In Iraq i Marines sono stati in grado di trasformare la provincia di Anbar lavorando con pazienza con le tribu’ sunnis che sostennero l’Awakening quando fu proposto per primo da uno sceicco di nome Abu Risha.
L’argomento e’ che l’Awekening non e’ applicabile in Afghanistan, perche’ le tribu’ sono troppo frammentate, tuttavia, in Anbar nel 2006-2007, l’Awekening fu in iniziato su base strettamente locale. Che cosa stava succedendo, per esempio, in Husaybah differiva da quello che succedeva a Haditha e a Ramadi. In ogni caso, i soldati americani e marines (e CIA) operarono a livello locale per migliorare la sicurezza.
Sono anni che le nostre ragazze…e ragazzi, non solo militari ma dell’intelligence hanno meetings con capi talebans, non e’ un segreto, per raggiungere la pace bisogna convincere il nemico a depositare le armi e unirsi al processo democratico con colloqui diretti, non solo con hellfire missiles.
Dobbiamo applicare le tecniche che hanno lavorato in Iraq in Afghanistan, anche se ci vorra’ molto, ma molto piu’ tempo e pazienza, senza contare vite e capitale, perche’ e’ essenziale alla vittoria contro il terrorismo.
Il 3 Dicembre 2010 alle 19:59 indigesto ha scritto:
Ma ciò che più mi ha colpito, caro fsl, è stato il flop dei servizi inglesi, storicamente considerati più “perfidi” di quelli un pò “dilettantistici” degli USA (almeno un tempo, ma stando a Wikileaks..) che comunque ci sono cascati in pieno. Se poi vi aggiungiamo i giudizi poco lusinghieri sulle truppe iglesi da parte del Comando americano c’è da concludere che le azioni dei britannici, almeno in campo bellico, tendono notevolmente al ribasso.
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