
(Credits: Ansa/Martial Trezzini)
Ormai è caccia all’uomo. L’Interpol ha spiccato un “red notice”, un avviso rosso diretto a 188 Paesi, per mettere le mani su Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks diventato ormai l’incubo dei governi di mezzo mondo. L’accusa che pende sul capo di Assange arriva da Stoccolma, dove due donne di 25 e 35 anni lo hanno denunciato per “stupro, molestie sessuali e coercizione”.
Nel giorno in cui Assange attacca frontalmente il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, chiedendole di dimettersi dopo gli scandali scoppiati in seguito alle ultime rivelazioni di WikiLeaks, dalla Svezia il procuratore Marianne Ny non molla la presa e continua a seguire le sue tracce per processarlo per “stupro”. Assange nega di aver mai commesso il fatto e va al contrattacco; i suoi legali hanno infatti presentato ricorso alla Corte Suprema di Stoccolma, contro il mandato d’arresto che ha allertato la polizia di mezzo mondo, anzi, di circa 200 Paesi inclusa la Gran Bretagna dove, secondo voci, Julian Assange potrebbe al momento trovarsi. O comunque, vi si trovava almeno fino all’11 novembre, data in cui il papà di WikiLeaks ha rilasciato a Londra un’intervista con il settimanale Forbes, in cui metteva nel mirino “una o due banche” americane.
La richiesta fatta dalla Svezia all’Interpol è datata 20 novembre, ma già dal 18 novembre, la giustizia svedese aveva emesso un mandato di cattura per il 39enne australiano, che voleva interrogare, “sulla base di ragionevoli sospetti di stupro, aggressione sessuale e coercizione”. I fatti contestati risalirebbero allo scorso agosto. Assange sostiene di non aver mai violentato le due donne, conosciute durante una conferenza stampa di WikiLeaks. Ma entrambe dicono invece che i rapporti sessuali iniziarono in modo consensuale e poi terminarono in violenza e coercizione, dato che Assange si sarebbe rifiutato di utilizzare un nuovo condom dopo la rottura del precedente.
Il popolo della rete non ha dubbi e si schiera con il suo “paladino” della verità: tutte le accuse che piovono sulla testa di Assange non sono altro che calunnie, architettate ad arte dagli Stati Uniti e che hanno alimentato una gigante macchina del fango contro di lui. In sostanza, secondo amici e sostenitori dell’hacker più ricercato del pianeta, dietro le accuse svedesi e l’avviso rosso dell’Interpol ci sarebbe la manina della Cia, caricata a molla dalla rabbia del Dipartimento di Stato americano. Dal summit dell’Osce ad Astana,dove si trova per la prima uscita pubblica post-WikiLeaks, Hillary Clinton per ora non ha espresso alcun commento.
Ma la caccia dell’Interpol sembra aver già generato i suoi primi frutti: il governo ecuadoriano, che ieri aveva offerto ad Assange asilo politico, ha ritirato l’invito. Ora a Julian potrebbe restare solo il Venezuela di Hugo Chavez come porto sicuro, mentre dall’Australia echeggia la voce di sua madre, che finora non aveva rilasciato alcuna intervista e che adesso chiede di “non fare del male” a suo figlio, perché è “un bravo ragazzo che non ha fatto nulla di grave”. Cuore di mamma.
- Mercoledì 1 Dicembre 2010

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Commenti
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Il 2 Dicembre 2010 alle 18:02 anna.one ha scritto:
E’ meglio che si arrenda subito prima che Batman e Robin ci mettano le mani sopra…
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