
Barack Obama sempre più teso in vista delle elezioni di Medio Termine (Credits: LaPresse/J. Scott Applewhite)
Tra i tanti interrogativi che circondano il caso dei file segreti statunitensi resi noti da WikiLeaks ve ne sono alcuni che a quanto sembra non vengono mai posti. Ci si chiede spesso chi ci sia dietro all’associazione, dove si nasconda in queste ore Julian Assange o quale impatto avranno i contenuti, divenuti pubblici, dei rapporti confidenziali o segreti di Pentagono e Dipartimento di Stato. Ci sono però altre domande che raramente vengono poste dai media e alle leadership politiche.
Se consideriamo i quasi 500 mila rapporti segreti dai campi di battaglia di Iraq e Afghanistan sfuggiti al Pentagono e i circa 3 milioni di corrispondenze riservate o confidenziali provenienti dai database del Dipartimento di Stato siamo di fronte alla più colossale fuga di notizie della storia con tre milioni e mezzo di documenti trafugati dai sistemi informatici di due dei ministeri statunitensi che dovrebbero avere le migliori protezioni di sicurezza anche informatica esistenti al mondo.
Nonostante l’enormità di materiale trafugato, tale da far pensare al tradimento di alti funzionari o alla loro totale incapacità, non c’è notizia di dimissioni eccellenti ai vertici dell’amministrazione americana. Non si è dimesso nei mesi scorsi il segretario alla Difesa Robert Gates, né sottosegretari, generali o ammiragli alla testa dei diversi settori di competenza. Eppure, in un’epoca in cui si fa un gran parlare di cyberwar ci sarà almeno un responsabile per la sicurezza che dovrà rendere conto dell’accaduto. L’unico colpevole sembra essere il caporale 22enne Bardley Manning, agli arresti, anche se pare poco probabile che abbia potuto accedere da solo ai database riservati e scaricare così tanti file.
Neppure al Dipartimento di Stato pare che nessuno rischi di perdere la poltrona. Assange ha chiesto le dimissioni di Hillary Clinton perché avrebbe autorizzato lo spionaggio ai danni dei vertici dell’Onu, come se fosse una novità che al Palazzo di Vetro tutti spiano tutti e, anzi, l’accredito diplomatico alle Nazioni Unite è da sempre il metodo più utilizzato dai Paesi che vogliono infiltrare spie negli Stati Uniti.
La Clinton, semmai, dovrebbe essere invitata a dimettersi perché il suo ministero si è fatto sottrarre tre milioni di file classificati. Il ministro della difesa di Seul è stato rimosso la settimana scorsa solo perché aveva ordinato una risposta militare troppo blanda al bombardamento nordcoreano dell’isola di Yeonpyeong e Barack Obama ha cacciato il generale Stanley McChrystal dal comando in Afghanistan per molto meno.
A ben vedere, le notizie trapelate dai dispacci delle ambasciate americane nel mondo non fanno molti danni a Obama così come quasi tutti i rapporti militari dai fronti della guerra al terrorismo riguardavano l’epoca dei due mandati di George W Bush. A Obama certo non dispiaceranno gli imbarazzi della Clinton, rivale dell’attuale presidente nelle nomination per la Casa Bianca e probabile futura candidata del Partito Democratico per le prossime elezioni.
Anche le notizie emerse sui missili balistici nordcoreani consegnati all’Iran e sulle esortazioni arabe a Washington per colpire con le armi i programmi atomici iraniani aiuteranno Obama a gestire l’inevitabile escalation della crisi con Teheran. Così come quanto emerso sulla corruzione dilagante a Kabul e nel governo di Hamid Karzai (non certo una novità) consentono all’Amministrazione americana di avere maggiore autonomia nella gestione della crisi afghana. Se poi guardiamo all’impatto che le rivelazioni di WikiLeaks hanno avuto in Italia è ancor più evidente che il lavoro di Assange finisca paradossalmente per dare una mano proprio a Washington.
Da quanto emerso gli americani (e i britannici) non hanno apprezzato che Silvio Berlusconi abbia condotto una politica energetica incentrata sugli accordi con Mosca, autonoma dall’asse anglo-americano. Si chiamano interessi nazionali e ogni Paese persegue i suoi, gli Stati Uniti per primi. Ogni critica è sempre possibile, ma dovremmo essere lieti del fatto che il nostro governo persegua gli interessi italiani e non quelli degli Stati Uniti.
Al di là delle posizioni ideologiche pare chiaro che le critiche dell’opposizione al premier italiano e l’eco delle accuse di aver intascato mazzette rivolte a Berlusconi (sempre secondo i report resi noti da WikiLeaks) dal presidente georgiano Mikhail Saakashvili favoriscono gli interessi di Washington, non quelli italiani.
- Venerdì 3 Dicembre 2010

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