
(Credits: Epa/Matthew Bash/Navy Visual News Service)
Dopo tre anni di inconcludente guerra politically correct ai pirati somali, la comunità internazionale sembra intenzionata a giocare una nuova carta per sconfiggere i moderni filibustieri dell’Africa Orientale: un tribunale internazionale. La notizia certo seminerà il terrore tra le bande delle “tortughe” situate lungo i tremila chilometri di costa somala ma la dice lunga sulla determinazione dell’Occidente nel difendere la libertà dei traffici mercantili.
L’8 dicembre, la Spagna ha annunciato che proporrà alle Nazioni Unite di costituire un tribunale internazionale per giudicare i pirati che assaltano le navi al largo delle coste della Somalia. La proposta sarà presentata al segretario dell’Onu Ban Ki-moon dal ministro della difesa spagnolo Carme Chacon, giunta oggi a New York.
Secondo le fonti di Madrid, la Spagna propone che venga istituita una corte ad hoc, oppure che un organo Onu già operativo in Africa Orientale svolga le funzioni di tribunale internazionale. La proposta spagnola gode dell’appoggio dell’Unione Europea e della Nato , le due organizzazioni che schierano nell’Oceano Indiano le flotte più importanti e numerose tra la ventina di unità navali internazionali che pattugliano il triangolo compreso tra Mombasa, Aden e le isole Seychelles.
Il mantenimento di tali flotte queste acque costa quasi un miliardo di euro all’anno a fronte dei 120/150 milioni di dollari incassati dai pirati con i riscatti ma, soprattutto, si tratta di flotte che non hanno gli ordini necessari a spazzare via una volta per tutte la pirateria affondando a vista i barchini dei criminali e distruggendo le loro basi.
Le regole d’ingaggio applicate sembrano al contrario fatte apposta per galvanizzare i pirati e indurli a intensificare le loro incursioni. L’uso della forza è quasi del tutto bandito e quando i fuorilegge vengono intercettati dalle navi militari non possono essere arrestati perché manca “la flagranza di reato”: in questo caso vengono disarmati e liberati sbarcandoli sulla costa somala. Se invece i pirati vengono colti sul fatto vengono catturati e consegnati solitamente alle autorità di Kenya e Seychelles per il processo che in molti casi non può essere tenuto perché mancano i testimoni, cioè i marinai dei mercantili attaccati che hanno ripreso il mare.
Sono appena una settantina i pirati condannati in media a 5/6 anni di carcere con qualche eccezione per i pochi processati lontano dall’Africa. Negli Stati Uniti il pirata Jama Idle Ibrahim, catturato dopo l’arrembaggio alla nave militare Ashland scambiata erroneamente per un mercantile, è stato condannato a 30 anni di carcere mentre in Spagna per due pirati protagonisti del sequestro del peschereccio iberico Alakrana il pubblico ministero ha chiesto complessivamente 220 anni di detenzione.
Casi sporadici perché in realtà la gran parte dei pirati intercettati viene liberata o condannata a pene lievi. L’istituzione di un tribunale internazionale rischia quindi di aumentare i costi già esorbitanti sostenuti dalla comunità internazionale e dagli armatori, costretti a pagare lauti premi assicurativi o guardie private armate (negli stati che ne consentono l’impiego) senza ridurre l’impegno delle forze navali e soprattutto senza risolvere un problema di sicurezza marittima che, la storia della pirateria lo insegna, andrebbe affrontato soprattutto a cannonate.
- Venerdì 10 Dicembre 2010

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Commenti
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Il 11 Dicembre 2010 alle 7:36 anna.one ha scritto:
Finalmente! Sospetto che i pirati non avranno la vita facile in futuro visto che sembra la Somalia permettera’ alla societa’ Saraceni International, una compagnia di sicurezza privata, di formare una forza anti-pirateria di 1.000 uomini. La compagnia ha gia’ 1000 uomini nella regione del Puntland . Non si sa chi la finanzia, sembra un paese musulmano, ma tra le persone coinvolte c’e’ un ex ambasciatore americano e un ex agente della CIA.
Potrebbero colpire i pirati sulla terraferma, dove l’armata navale multinazionale non puo’ farlo e sospetto che non useranno una tattica… “politically correct”.
L’UN si e’ gia’ fatto venire un colpo!
Il 12 Dicembre 2010 alle 17:33 indigesto ha scritto:
La guerra non si fa con la carta bollo, concordo pienamente con Ella, Dr Gaiani. Sembra di stare in Italia, dove ogni circostanza è buona per insediare una Commissione, un’Agenzia o una Authority, giusto per distribuire poltrone. Se si viene attaccati da questa accozzaglia di farabutti si ha tutto il diritto di spararle e di ributtarla in mare. Altro che sprecarci tempo e danaro per rivedersela sempre tra i piedi! O anche in questi casi vige la “morale dell’accoglienza”? Saluti.
Il 13 Dicembre 2010 alle 13:47 p.a.d ha scritto:
“Un tribunale internazionale”?
Chiedo scusa, ma io credevo che per affondare i pirati somali bastassero un paio di colpi allo scafo ben assestati…
L’attacco/attracco di una imbarcazione battente bandiera di uno stato specifico, equivale all’attacco ed all’invasione di quello stesso stato il quale, secondo riconosciuti e precisi princìpi bellici ha tutto il diritto di rispondere per le rime e di difendersi.
Io credo che sarebbe sufficiente dotare i carghi commerciali e le navi da crociera (attaccano pure quelle!) di personale opportunamente addestrato e dotato. Punto!
Il resto, come giustamente dice Indigesto, sono chiacchiere che producono soltanto inutili e costose “poltrone”.
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