
Il presidente Colom (Credits: World Economic Forum by Flickr)
Domenica 20 dicembre, il governo del Guatemala ha dichiarato lo stato d’assedio nel dipartimento di Alta Verapaz, nel nord del Paese. Obiettivo? Contrastare con l’uso della forza bellica il cartello messicano de Los Zetas che ha occupato la regione, a duecento km dalla capitale, mettendola letteralmente a ferro e fuoco. È stato il presidente socialdemocratico Álvaro Colom in persona a dichiarare la misura d’emergenza, invitando la popolazione alla calma.
“Lo scopo è quello di ritornare alla governabilità dell’area”, ha detto. Per i prossimi 30 giorni saranno dunque oltre 500 gli uomini tra militari e poliziotti, inviati dal presidente della Repubblica a tentare di recuperare il controllo nel nord del Paese per liberarlo dai narcos dell’ex braccio armato del cartello del Golfo. I quali, secondo l’intelligence guatemalteca, qualche mese fa, avrebbero scelto premeditatamente come base per i suoi loschi traffici proprio il dipartimento di Alta Verapaz, al confine con il Messico.
L’infiltrazione dei narcos messicani ha creato un vero allarme nel Paese centroamericano che si ritroverebbe così nel centro di una nuova rotta della droga messa in piedi proprio da Los Zetas. Una rotta alternativa a quelle usate finora che procedendo dall’Honduras e, proprio attraverso il Guatemala, porterebbe prima in Messico e poi negli Stati Uniti, il mercato finale del consumo di stupefacenti.
Lo stato d’assedio dichiarato dal presidente Colom, che tecnicamente precede solo lo stato di guerra come “misura eccezionale”, conferma come in Guatemala il pericolo sia all’ordine del giorno, come e forse più che a Kabul e Baghdad. Basti pensare alle ultime elezioni, nel 2007, quando si registrò un centinaio di morti ammazzati, tra candidati, attivisti politici e sindacalisti. O al genocidio perpetrato dal governo contro la popolazione indigena che tra il 1960 e il 1996 che portò alla morte o sparizione di oltre 200mila guatemaltechi.
Resta la tragedia della violenza in Guatemala dove, da quando furono firmati gli accordi di pace del 29 dicembre 1996, sono morte assassinate oltre 62mila persone e dove il 98% degli omicidi non viene neanche investigato. Una situazione invero drammatica e che, in occasione dell’omicidio della sociologa attivista dei diritti umani, la 33enne Emilia Quan Stackman, ha portato il Relatore Speciale per le Nazioni Unite Philip Alstone a definire il Guatemala “un buon Paese per commettere omicidi”.
- Lunedì 20 Dicembre 2010

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Commenti
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Il 22 Dicembre 2010 alle 2:58 jimmie01 ha scritto:
Tutto vero. Il Guatemala e` il Paese in cui trascorro molto tempo per lavoro e per diletto, quindi posso dire la mia a ragion veduta. Manzo, il 98% degli omicidii non viene investigato, il restante 2% viene investigato all’ acqua di rose. Per avere una idea, basti pensare a cosa accadde non molto tempo fa riguardo l’ omicidio dell’ avvocato Rosenberg . Il problema e ` che la percentuale degli omicidii, e degli altri crimini, ” risolti “e` molto alta. Infatti, le autorita` afferrano il primo sfortunato che capita loro a tiro e lo buttano in galera. Insomma, il classico sfigato che si trova nel momento sbagliato, nel posto sbagliato. Addirittura molte volte le autorita` danno retta ai pettegolezzi del popolo. In nessun altro luogo al mondo si applica alla lettera il detto ” vox populi, vox dei “: ci sono mariti che, senza alcuna prova, marciscono in galera perche` la gente mormorava che fossero colpevoli dell’ omicidio delle mogli. E che dire di quei due ragazzotti che si spolparono cinque anni di carcere per furto d’ auto sol perche` il ladro vero li aveva pregati di aiutarlo a far ripartire il veivolo col motore che non voleva saperne di riavviarsi dopo una sosta al ristorante? La polizia vide la scena, si avvicino` e arresto` i due adolescenti, mentre il guidatore sgommava per la fuga? Ha, quasi dimenticavo, nei rari casi in cui la difessa puo` permettersi la prova del DNA, i campioni vengono spediti a un laboratorio in Spagna. Debbo aggiungere altro?
Il 22 Dicembre 2010 alle 3:03 jimmie01 ha scritto:
Los Zetas si combattono con le loro stesse armi. Tutti sanno che trattasi di ex teste di cuoio dell’ esercito mexicano, che iniziarono a svolgere lavori di mercenariato per i cartelli della droga e che successivamnete decisero di mettersi in proprio. Bisogna lasciar fare ai kaibiles, teste di cuoio delle forze armate guatemalteche. Son quasi tutti di etnia maya. Vederli in azione e` un piacere. Professionisti. Punto e basta.
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