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Il Presidente sudanese Omar al-Beshir a Kharthoum (Credits: Afp Photo/Ebrahim Hamid)
La ”sharia”, la legge islamica, diventerà ”l’unica fonte della Costituzione” nel caso in cui il sud separasse dal nord in seguito al referendum del 9 gennaio. Lo ha detto il presidente del Sudan Omar el Bashir in un recente discorso pubblico.
Bashir ha anche difeso l’azione dei poliziotti filmati mentre prendevano a frustate una donna perché in abiti “indecenti”.
”Se il Sud Sudan fa la secessione, cambieremo la costituzione. A quel punto non ci sarà più spazio per parlare di diversità culturale e etnicità”, ha detto il Presidente parlando nella città orientale di Gedaref, durante un discorso trasmesso dalla tv nazionale.
”La sharìa e l’Islam saranno le principali fonti della costituzione, l’Islam la religione ufficiale e l’arabo la lingua ufficiale”, ha precisato Bashir.
Il referendum per l’indipendenza del Sud Sudan è stato fissato per 9 gennaio e rientra nell’accordo di pace stipulato nel 2005 che mise fine a vent’anni di violenza tra il nord, a maggioranza islamica e araba, e il sud cristiano (e di religione tradizionale).
Omar Al Bashir è oggetto di un mandato di cattura internazionale dal marzo 2009 per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità in Darfur, regione dell’ovest del Sudan.
Proprio lì, si sono appena riaperte le trattative tra il governo e i ribelli del Jem (Movimento Giustizia e Uguaglianza). Dopo sette mesi infatti le due parti sono tornate al tavolo per discutere di un cessate il fuoco che nei mesi passati non è mai stato praticamente rispettato.
Questo è forse l’unico segnale di speranza e di stabilità che viene dal complicato scacchiere.
Il Jem è infatti uno dei due principali e militarmente più forti gruppi ribelli che nel 2003 scatenarono una rivolta contro Karthoum accusando il governo di Bashir di trascurare il Darfur. Vedremo cosa Karthoum potrà ora mettere sul piatto della bilancia.
Intanto l’Unione Europea ha annunciato l’invio di una delegazione di 110 osservatori in vista del referendum del 9 gennaio prossimo. Secondo il quotidiano Sudan Tribune, la delegazione sarà guidata dalla europarlamentare Veronique de Keyser.
Nel Paese africano sono già presenti, dallo scorso novembre, 16 osservatori internazionali per monitorare il processo elettorale. Una missione della Ue si era recata lo scorso aprile in Sudan per seguire le elezioni presidenziali che avevano confermato Bashir, ma non si era affatto dichiarata soddisfatta del rispetto degli standard internazionali.
Nel frattempo, sono proseguiti scontri fra miliziani in Sud Sudan, presso il villaggio di Khor Abeche. Almeno tre volte nell’ultimo mese, miliziani del Sudan People’s Liberation Army (SPLA) si sono fronteggiati con forze fedeli al generale George Athor, un ex che negli ultimi mesi si è mosso come cane sciolto. Il che ha causato la fuga di almeno 12mila civili. La zona è ricca di pozzi di petrolio.
E proprio sul tema petrolio, WikiLeaks getta nuove ombre sulla politica personalistica e spregiudicata di Bashir: il presidente sudanese avrebbe infatti segretamente dirottato su banche londinesi, in particolare del gruppo Lloyds, circa 9 miliardi di dollari (un decimo del Pil del Sudan) derivanti dalla vendita del greggio.
I dispacci della diplomazia americana entrati in possesso di WikiLeaks sono stati pubblicati dal quotidiano britannico Guardian. I Lloyds hanno smentito la notizia.
- Martedì 21 Dicembre 2010

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