
(Credits: Abaca/Lapresse)
Nella Repubblica islamica, giro di vite contro coloro che appartengono a gruppi di opposizione armata e minacciano la sicurezza del Paese.
Nei giorni scorsi, in seguito alle pressioni della comunità internazionale, lo studente universitario di etnia curda Habibollah Latifi era scampato alla pena capitale. Era stato arrestato il 23 ottobre 2007 a Sanandaj, capoluogo della provincia iraniana del Curdistan.
Il suo processo si era svolto a porte chiuse, al suo avvocato era stato impedito di difenderlo e alla famiglia di assisterlo. Latifi era stato condannato per moharebeh, reato contro dio, per le sue attività legate al partito per l’indipendenza del Curdistan, un gruppo armato, fuori legge in Iran.
Il 3 luglio 2008 Latifi era stato condannato a morte e la sentenza confermata, in appello, il 18 febbraio 2009. Ventinove anni, iscritto alla facoltà di Ingegneria civile dell’Università Azad nella provincia di Ilam, Latifi doveva essere giustiziato l’altroieri mattina ma le pressioni internazionali hanno fermato la mano del boia.
Il giovane ha ammesso di essere un sostenitore del gruppo separatista curdo, ma ha dichiarato di non aver commesso violenze. E, con questo pretesto, il capo della magistratura Sadeq Larijani ha sospeso la condanna capitale. Ma, nel frattempo, i suoi famigliari sono stati arrestati.
Diversa, anche nell’esito, la storia di Ali Akbar Siadat, giustiziato ieri mattina nella prigione di Evin, a nord di Teheran, per spionaggio a favore di Israele.
Siadat aveva stabilito contatti con i servizi di informazione israeliani. Da sei anni trasmetteva ai nemici informazioni sulle basi militari iraniane, sulle manovre militari, gli aerei da combattimento, il numero di voli di addestramento in ogni base, incidenti aerei, sistemi aerei e missili dei guardiani della rivoluzione.
In cambio, avrebbe ricevuto 60 mila dollari, attrezzature per lavorare e un computer per il suo lavoro di spionaggio. Manteneva i contatti con gli 007 dello Stato ebraico in Turchia, in Thailandia, in Olanda. Era stato arrestato nel 2008, mentre tentava di lasciare l’Iran con la moglie. Era stato colto in flagrante, con dei documenti.
Questa, in sintesi, la storia di Siadat, la cui colpa sarebbe duplice, perché membro dei mujaheddin del popolo, un gruppo di opposizione armata, e perché avrebbe ricevuto addestramento militare e finanziamenti in Iraq.
Una storia, quella di Siadat e dei suoi legami con i servizi segreti israeliani, che ricorda quella dell’imprenditore Ali Ashtari, condannato a morte nel 2008 con l’accusa di avere fornito dati sensibili sul programma nucleare iraniano.
- Mercoledì 29 Dicembre 2010

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Commenti
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Il 30 Dicembre 2010 alle 16:12 indigesto ha scritto:
Veda, gentile Professoressa, per quanto sia contrario alla pena di morte, che pone tra l’altro sullo stesso piano giustizieri e giustiziati, un atto di clemenza (arresto dei familiari a parte) evidenzia che un sia pur minimo senso della giustizia in Iran c’è! Di processi, poi, che hanno mandato a morte spie, anche in Occidente ce ne sono stati, a iosa. E’ un modo di difendersi di certi Stati, quantopiù sono, o si sentono, deboli. E l’Iran è uno di questi. Saluti.
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