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Dubbi e contraddizioni sulla morte del caporale Miotto

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  • Tags: Afghanistan, Guerre di pace italiane, ignazio-la-russa, Matteo Miotto
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Gianandrea GaianiIl ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha attribuito ai militari las responsabilità di averlo tenuto all’oscuro dei dettagli riguardanti la morte, il 31 dicembre, del caporalmaggiore Matteo Miotto, colpito sa un cecchino talebano nella base Snow nel distretto afghano del Gulistan.

”Anch’io sono stato informato tardivamente sulla parte relativa allo scontro a fuoco. Questa parte della notizia non è stata ritenuta, nelle prime ore, a tal punto importante da essere comunicata a me e alla stampa. E per questo mi sono arrabbiato con i militari che non me l’hanno detto”.

A  Herat il ministro ha scaricato sui militari la responsabilità delle varie contrastanti versioni diffuse sulla morte dell’alpino determinando la ferma risposta del Capo di stato maggiore della Difesa, il generale Vincenzo Camporini, in un’intervista al Corriere della sera . Per La Russa la riservatezza dei militari sarebbe il riflesso condizionato del metodo adottato quando, con i governi precedenti, le notizie dal fronte venivano edulcorate e spesso taciute.

Una prassi diffusa dalla fine degli anni ’90 con i governi D’Alema, Prodi e Berlusconi sui fatti d’arme in Kosovo, Iraq e Afghanistan ma le informazioni venivano negate alla stampa e all’opinione pubblica ma dai politici non certo dai militari i quali ovviamente fornivano tutti i dettagli ai ministri. Paradossale quindi che La Russa, pur addebitando genericamente ai militari (senza specificare se quelli del comando di Herat o della Difesa a Roma)   di non averlo informato sui fatti abbia aggiunto che “non ci sarà nessuna conseguenza” riferendosi a eventuali sanzioni disciplinari.

La procedure relativa alle informazioni adottata per gli scontri e i caduti è quella “standard Nato” e prevede che il comando del reparto protagonista dello scontro (in questo caso il Settimo reggimento alpini informi subito il comando regionale (a Herat) fornendo tutti i dettagli disponibili: durata e modalità dello scontro, perdite subite e inflitte, armamento del nemico. Da Herat le informazioni vengono passate al comando alleato di Kabul e allo stato maggiore Difesa a Roma.

Una modalità che rende difficile pensare che i vertici politici e militari della Difesa non abbiano avuto disposizione tutti i dettagli entro poche ore dallo scontro. Eppure nel caso di Matteo Miotto qualcosa non ha funzionato nella gestione della comunicazione, come dimostrano le notizie discordanti diffuse nell’ultima settimana.

La prima versione parla di un cecchino che avrebbe colpito l’alpino alla spalla in un punto non protetto dal giubbotto antiproiettile ma altre fonti militari riferiscono invece di un colpo al fianco.Il 5 gennaio, in visita a Herat, La Russa ha parlato di un colpo al collo. Solo ieri è stato appurato che il colpo entrato tra il collo e la spalla è uscito dal fianco del soldato.

Secondo le prime notizie Miotto non sarebbe morto subito ma il 2 gennaio  il medico legale che ha eseguito l’autopsia ha riferito che la morte “è stata immediata e causata da un solo colpo”.Infine il ministro ha comunicato che il militare riuscì a dire “mi hanno colpito” prima di morire.

Le discrepanze più gravi riguardano però le circostanze che portarono alla morte di Miotto. Subito dopo la sua uccisione la Difesa parlò del colpo di un cecchino ma il 2 gennaio il colonnello Stefano Fregona, comandante della caserma del reggimento alpino di Belluno, dichiara al Gazzettino che a colpire Miotto “non è stato un cecchino ma un colpo arrivato di rimbalzo o in ricaduta”.

L’ultima versione l’ha fornita anche in questo caso il Ministro La Russa. Miotto è stato ucciso da un  cecchino armato di fucile di precisione Dragunov ma nell’ambito di uno uno scontro con gli insorti durato oltre mezz’ora nel quale Miotto ha combattuto. Uno scontro concluso dalla bomba di un jet americano (quelli italiani sono rimasti disarmati per decisione dello stesso La Russa) che avrebbe ucciso almeno quattro insorti.

Niente di inusuale nel conflitto afghano. Perché allora non dirlo subito? Si sarebbero risparmiate penose incertezze ai famigliari di Miotto e una figuraccia alla Difesa.

  • gianandrea gaiani
  • Sabato 8 Gennaio 2011

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