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Il linguaggio “anestetico” della comunicazione militare italiana

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  • Tags: Add new tag, Afghanistan, Bakwa, comunicazione, Guerre di pace italiane, ignazio-la-russa, Vincenzo Camporini
  • 4 commenti
(Credits: AP Photo/Altaf Qadri)

(Credits: AP Photo/Altaf Qadri)

Gianandrea Gaiani

Le truppe italiane  sono schierate nei distretti afghani di Bakwa e Gulistan (provincia di Farah) dal primo settembre scorso e, in appena quattro mesi, in quell’area sono morti 6 militari (l’ultimo è il caporalmaggiore Matteo Miotto, ucciso il 31 dicembre), cioè tutti i caduti italiani registrati in questo breve periodo.

Numeri alla mano, si tratta dell’area più pericolosa nella quale le truppe italiane abbiano mai operato dalla fine della Seconda guerra mondiale, una regione situata ad appena 70 chilometri dal distretto di Sangin (provincia di Helmand) dove il tasso di perdite tra le truppe alleate è 12 volte più alto della media. Dove, per intenderci, sono morti un centinaio di soldati britannici in quattro anni e 30 marines statunitensi dal luglio scorso.

Il 25 dicembre scorso si è recato a Bakwa, a fare gli auguri ai soldati italiani, il Capo di stato maggiore della Difesa, generale Vincenzo Camporini, raggiunto dal comandante alleato in Afghanistan, il generale David Petraeus. Una visita e un incontro raccontati dai comunicati stampa dei comandi militari.

Il sergente dell’Aeronautica statunitense Kevin Wallace, che lavora all’Ufficio Public Affairs del Regional Command West di Herat (il comando alleato a guida italiana) ha firmato un comunicato quello stesso 25 dicembre nel quale si legge che Bakwa is one of the more volatile areas in RC-West, and the Soldiers based there often engage insurgents in kinetic activities. However, like the rest of RC-West, many development and Civilian-Military Cooperation initiatives continue to improve the situation in Bakwa.

Un quadro sintetico ed efficace della situazione che non nasconde i frequenti combattimenti e che appare anche nel comunicato diffuso sempre lo stesso giorno e sempre in lingua inglese dal comando operativo di Isaf (Joint Command). La prima frase scompare invece del tutto dal comunicato in lingua italiana e rivolto ai media nazionali redatto dal personale italiano della Cellula Pubblica informazione del Regional Command West.

In questo comunicato si legge che “Bakwa è una delle aree dove maggiormente si concentrano gli sforzi degli italiani nell’implementare la sicurezza, di concerto con i militari afghani. Sicurezza che i cittadini percepiscono di giorno in giorno e che va di pari passo con la fiducia nel lavoro delle forze di coalizione. E questo grazie anche all’impegno degli italiani e del personale di RC West che incrementano giorno per giorno lo sviluppo di attività di cooperazione.”

Scompaiono quindi le “attività cinetiche”, cioè i combattimenti, e scompare anche il nemico, gli insurgents, concetti evidentemente da smorzare agli occhi del pubblico italiano notoriamente all’oscuro del fatto che in Afghanistan è in corso una guerra.  In compenso  nella versione italiana compaiono frasi puramente propagandistiche che tendono e evidenziare il consenso della popolazione afghana, peraltro non suffragato da dichiarazioni, informazioni o dati che lo confermino.

Le differenti versioni del comunicato  stampa (evidenziate dal giornalista Nico Piro sul suo blog Tashkor ricordano le polemiche scoppiate nei giorni scorsi in seguito alle notizie discordanti fornite sulla morte del caporale Miotto.

I militari tendono quindi a “indorare la pillola” come ha detto il ministro Ignazio La Russa?

Improbabile che lo facciano da soli perché le note di linguaggio adottate dagli uffici stampa militari vengono emanate dallo Stato Maggiore Difesa ma vengono messe a punto con il Servizio pubblica  Informazione del Gabinetto del Ministro. Indimenticabile a tal proposito la consegna del silenzio imposta dal Ministero agli addetti stampa militari in missione durante l’ultimo governo Prodi.

L’Italia ha una lunga tradizione di notizie nascoste, taciute o negate nelle cosiddette “missioni di pace”. Una definizione che rappresenta da sola una nota di linguaggio, ridicola e ipocrita. Abolirla subito potrebbe aiutare a portare un po’ più di trasparenza nella comunicazione militare.

  • gianandrea gaiani
  • Mercoledì 12 Gennaio 2011

Vedi anche:

  • Afghanistan, oggi a Roma i funerali di Luca Sanna
  • Afghanistan: avamposti italiani sotto tiro
  • In calo i caduti alleati in Afghanistan: è la prima volta in dieci anni
Al Qaeda per il Maghreb e la Francia e la loro guerra in Niger »
« Diossina in Germania, è allarme anche per la carne suina

Commenti

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Il 12 Gennaio 2011 alle 15:44 Il linguaggio “anestetico” della comunicazione militare italiana | Notizie Più ha scritto:

[...] here to read the rest: Il linguaggio “anestetico” della comunicazione militare italiana Segnala presso: Articoli CorrelatiDubbi e contraddizioni sulla morte del caporale [...]

Il 12 Gennaio 2011 alle 17:22 fsl ha scritto:

Dr. Gaiani, se vogliamo evitare tanta ipocrisia è necessario modificare l’art. 11 della nostra Costituzione.
Secondo me l’equivoco nasce proprio da lì, perchè quel testo fu scritto sulle macerie della 2^ Guerra Mondiale e nessuno poteva prevedere un impiego delle forze armate in compiti diversi da quelli propriamente bellici.
In questi anni si parla tanto di modificare questo o quell’articolo della Costituzione e molti interventi sono stati fatti. Altri articoli della stessa Carta non sono stati mai attuati.
Questa ambiguità crea anche problemi giuridici, perchè il codice penale militare di guerra non può essere applicato (perchè noi la guerra… la rifuggiamo) e quello di pace non copre quelle particolari fattispecie che spesso si verificano in missione.
A parte qualche sporadico intervento di qualche esperto, mi stupisce che non si sia aperto su questo argomento alcun dibattito in Parlamento e non ci sia alcuna proposta di modifica dell’art. 11 che permetta ai nostri militari di agire senza doversi trovare a rispondere delle loro azioni come dei criminali, perchè combattono ma non lo possono fare.

Il 13 Gennaio 2011 alle 1:46 jimmie01 ha scritto:

Fsl, non e` necessario modificare l’ art. 11 della Carta Fondamentale. E` pero` necessario che lo si conosca. E` necessario che sovra tutto i pacifinti et similia lo leggano. Scommetto che non l’ han mai fatto. L’ art. 11 recita : ” L’ Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla liberta` degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali …” Qualcuno dovrebbe spiegarmi come la presenza dei militari italiani sui campi di azione afghani impinge contro il dettato costituzionale. Ovvero mi si deve spiegare come i militari italiani offendono la liberta` del popolo afghano e qual’e la controversia internazionale che stanno cercando di dirimire colle armi. Tutto qua.

Il 13 Gennaio 2011 alle 23:07 fsl ha scritto:

Jimmie01
non è questione di pacifismo vero o finto.
Se la Costituzione impedisce ad un paese di fare la guerra e, negli ultimi anni, la definizione di “guerra” si è estesa assumendo significati di ogni tipo (anche perchè c’è chi ci marcia per mera convenienza politica) allora questo, di fatto, impedisce di poter impiegare le proprie truppe dove sono necessarie, ossia dove bisogna veramente usare la forza e non giocare alle crocerossine.
I paesi che vogliono avere un ruolo internazionale anche in questioni più delicate del colore del passaporto, che vogliono un seggio al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e che mandano da decenni militari all’estero a rischiare la vita (ed anche con un sacco di spese), devono avere una costituzione che permetta di usare la forza quando questo è necessario per difendere i deboli e gli oppressi o anche per difendere i propri interessi economici all’estero.
Punto.
Chi non aveva queste norme nella costituzione come il Giappone, l’ha modificata.
Da noi ogni volta che un soldato spara, si tira fuori il solito dibattito che quella missione non è guerra, ma quasi, forse si forse no!
Se manca una definizione intermedia tra pace e guerra la si elabori (…non ci mancano i giuristi!) e si modifichi questo assurdo orpello dell’art.11 Cost.

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