
Barack e Michelle Obama alla cerimonia per le vittime di Tucson (Credits: LaPresse/Bigpicturesphoto)
Il New York Times l’ha definito uno dei discorsi più forti di Barack Obama. Probabilmente non lo è stato. Altri, in passato, hanno avuto una retorica più potente, un afflato più visionario. Però, quello in ricordo delle vittime della strage di Tucson, è stato sicuramente uno dei discorsi più difficili da scrivere, più complicati da preparare, più ardui da interpretare dal momento in cui doveva essere in grado di curare le ferite di una nazione scioccata dal massacro dell’Arizona.
Se Barack Obama sia riuscito nel suo intento, lo diranno solo le prossime settimane. Se lui, presidente che - con le sue scelte - ha diviso il Paese, sia riuscito con le sue parole a lenire il dolore degli americani, a coglierne i sentimenti profondi, a indicare una nuova direzione di marcia dopo la stagione del violento scontro politico, lo dirà solo il tempo.
Nelle grande palestra dell’Università dell’Arizona, di fronte a 14.000 persone, tra cui la moglie Michelle, il marito di Gabrielle Giffords, Mark Kelly, il Segretario alla giustizia Eric Holder, Johm McCain e alcune delle persone che erano presenti al momento della sparatoria e che sono riusciti a bloccare l’autore Jared Lee Loughner prima che riuscisse a colpire altri partecipanti al rally della parlamentare democratica, Barack Obama ha lanciato una sorta di appello all’America. “Quando parliamo dobbiamo usare parole che siano in grado di unire, di curare le ferite, non di offendere”.
I toni di Barack Obama non sono stati polemici. Non ha calcato la mano sul clima di odio politico come possibile causa all’origine della decisione del 22enne dell’Arizona di colpire la congresswoman democratica e i suoi elettori. Ma seppur non esplicitato con forza, il tema è rimasto in primo piano nel suo discorso. Con l’intento però di non utilizzarlo come arma di polemica, ma come necessario punto di partenza per un ragionamento politico e civile collettivo che faccia fare un passo in avanti all’intera nazione.

Una preghiera alla cerimonia per le vittime della strage di Tucson (Credits: LaPresse/Bigpicturesphoto)
La promessa di un Paese migliore (We can be better), più tollerante, più rispettosa dell’opinione altrui, più fiduciosa della buonafede dell’avversario politico, l’America - ha detto Obama - la deve alla più piccola delle vittime, Christina Taylor Green, nove anni, che già alla sua tenera età sembrava essere molto interessata alla vita pubblica visto che faceva parte di una sorta di parlamentino dei bambini della scuola elementare che frequentava. “Dobbiamo lavorare per dare corpo alle sue aspettative; dobbiamo rendere la nostra democrazia forte come lei avrebbe voluto”.
Obama ha sottolineato il fatto che le vittime di Loughner siano state colpite mentre si trovavano in una situazione esemplare della vita istituzionale degli Stati Uniti. Gabrielle Giffords aveva convocato i suoi elettori per sentirne le richieste da portare al Congresso a Washington; il giudice John Roll si era recato all’iniziativa per ringraziare la deputata di un suo intervento a favore della giustizia federale in Arizona; Gabriel Zimmerman, membro dello staff della Giffords, era uno dei fautori di questi incontri pubblici.
Gli ultimi due sono morti in uno dei momenti più alti della nostra vita democratica, ha detto Barack Obama, con il chiaro intento di mandare un messaggio agli americani: non sono vittime di parte, democratici uccisi in una iniziativa del partito. Sono uomini e donne delle istituzioni, sono morti di tutti.
L’America l’aveva già compreso. Non è un caso che lo shock sia stato così forte. Ora si tratta di capire se l’invito a inaugurare una nuova stagione politica fatto da Barack Obama verrà accolto. Il suo carisma appannato, la sua capacità empatica diminuita negli ultimi mesi fanno pensare che il suo discorso possa essere risultato poco efficace. Ma chi ha commemorato le vittime è stato il Presidente degli Stati Uniti. E, in certi momenti, l’America l’ascolta sempre.
—
Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.
- Giovedì 13 Gennaio 2011


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Commenti
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Il 13 Gennaio 2011 alle 18:42 Tucson: Obama cerca di curare la ferita di una Nazione | Notizie Più ha scritto:
[...] the original here: Tucson: Obama cerca di curare la ferita di una Nazione Segnala presso: Articoli CorrelatiTucson: che cosa c’è dietro la strage al Vitriol che ha [...]
Il 15 Gennaio 2011 alle 17:26 anna.one ha scritto:
Chissa’ perche’ Hopey non ha calcato la mano sul “clima d’odio” etc. hmmmmm
http://www.youtube.com/watch?f.....wnW_YyR510
Il 17 Gennaio 2011 alle 22:48 anna.one ha scritto:
Concordo con mr.Winston, S.C.
The strangest Memorial service I have ever witnessed ….. T-shirts ‘n’ Injuns
:)
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