
(Credits: Shehzad Noorani/La Presse)

Sono in pochi a sapere che il Myanmar vanta una tradizione musicale di tutto rispetto, che purtroppo oggi sta scomparendo. I musicisti più noti negli anni del regime stanno invecchiando, e i giovani sembrano non riconoscersi più nei loro stornelli, che quindi smettono di essere per loro un punto di riferimento.
Il South China Morning Post è riuscito a raggiungere U Tin, un cantautore di ottant’anni che ricorda ancora quando, negli anni ‘50, quella che non veniva ancora definita la “musica del regime” piaceva un po’ a tutti. Nonostante le storie raccontate fossero poco significative, come quella di una giovane di Yangon che si preoccupa per la sua pelle che diventa ogni giorno più scura.
Se il Myanmar dimenticherà il valore della sua musica tradizionale di certo perderà una parte del suo passato e della sua identità. Ma va ammesso che gli stornelli di U Tin sono stati accantonati non solo perché considerati fuori moda rispetto al pop e all’hip hop coreano, ma soprattutto per il loro legame forte con la dittatura.
Appoggiate dal governo, un paio di scuole di musica nel paese stanno cercando di digitalizzare i pochi dischi rimasti -distrutti negli anni da fango e umidità-, in maniera da conservare il patrimonio musicale del paese. Ma gli studiosi più coraggiosi stanno cercando di sfruttare queste iniziative per far luce su quello che i cantautori birmani hanno scritto anche prima degli anni ‘70.
Quando i militari presero il potere, all’inizio degli anni ‘60, prestarono poca attenzione agli artisti che si dedicavano per lo più a comporre pezzi strumentali. Negli anni ‘70, invece, i generali iniziarono ad occuparsi anche di intrattenimento, censurando tutto quello che veniva percepito come una “pericolosa influenza occidentale“.
Ecco perché sarebbe un peccato dimenticare il passato musicale della Birmania, soprattutto relativamenta al periodo precedente al 1970, l’unico che davvero rappresenta l’identità di un paese che non aveva ancora conosciuto il significato della parola regime.
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Claudia Astarita è docente di Relazioni Internazionali dell’Asia Orientale presso l’Università di Bologna. Scrive approfondimenti sull’Asia per Panorama.it, Economy, Il Secolo XIX, East. Ha lavorato quattro anni come ricercatrice a New Delhi e Hong Kong. L’Oriente è la sua passione e coglie ogni occasione per tornare nei luoghi che ama.
- Venerdì 14 Gennaio 2011

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Commenti
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Il 14 Gennaio 2011 alle 18:28 Il Myanmar recupera il suo patrimonio musicale, tra tradizione e dittatura | Notizie Più ha scritto:
[...] here to read the rest: Il Myanmar recupera il suo patrimonio musicale, tra tradizione e dittatura Segnala presso: Articoli CorrelatiTunisia, il coprifuoco non ferma le violenze nel cuore di [...]
Il 14 Gennaio 2011 alle 19:56 indigesto ha scritto:
Anche la tradizione teatrale birmana ha le sue radici in tempi lontani. Teatro fatto di musica e danze in prevalenza; con attori veri per le opere recitate, talvolta rappresentate anche con le celebri marionette. Chissà cosa ne è rimasto!
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