
(Credits: Epa/Humayoun Shiab)
La recente visita a Baghdad e Kabul del vicepresidente statunitense Joe Biden ha consentito di fare il punto sulla presenza militare americana nei teatri bellici aperti dall’Amministrazione Bush e che Barack Obama sembrava voler chiudere. Nonostante gli impegni assunti dalla Nato (e confermati a novembre al vertice di Lisbona) prevedano il ritiro delle truppe da combattimento alleate dall’Afghanistan tra tre anni, Biden ha dichiarato l’11 gennaio a Kabul che, ‘’se ci sarà chiesto, resteremo in Afghanistan anche dopo il 2014”.
Ipotesi non certo improbabile considerando le difficoltà delle truppe afghane nel contrasto agli insorti. Si configura così uno scenario simile a quello già verificatosi in Iraq dal quale le forze alleate si ritirarono tra il 2006 e il 2008 lasciando ai soli statunitensi il compito di affiancare le truppe di Baghdad. Nel Paese mediorientale la visita di Biden ha accelerato i negoziati in corso sul futuro della presenza militare americana dopo la fine dell’anno, quando gli ultimi 50 mila soldati presenti nel Paese arabo dovrebbe venire rimpatriati.
Dal 2012 la missione statunitense passerà sotto il controllo del Dipartimento di Stato, che in termini militari significa che il comando delle forze che resteranno in Iraq spetterà ad un ufficiale assegnato all’ambasciata a Baghdad.
I militari veri e propri saranno circa 400, per lo più destinati a compiti di consulenza e istruzione nell’ambito della Nato Training Mission senza contare i reparti di forze speciali che si occuperanno della caccia ai terroristi di al-Qaeda. Secondo il generale Michael Barbero, comandante della struttura addestrativa alleata, metà degli istruttori verranno forniti dai Paesi alleati, come l’Italia che oggi schiera un centinaio di istruttori, per lo più carabinieri, che addestrano le forze di Baghdad.
Oltre ai militari in uniforme vi saranno almeno 7/8 mila contractor, ex militari assunti da compagnie private a contratto con il governo americano che si occuperanno di alcuni programmi di assistenza alle forze irachene, proteggeranno l’ambasciata e le cinque o sei basi aeree e terrestri che gli americani manterranno sotto il loro controllo e gestiranno il sistema di difesa antiaereo e antimissile che protegge la Green Zone di Baghdad e l’ambasciata.
Attualmente i 50 mila soldati statunitensi presenti in Iraq controllano 86 basi che verranno quasi tutte cedute alle truppe di Baghdad ma tra quelle che resteranno sotto il controllo americano vi saranno probabilmente l’ex palazzo delle Guardie Repubblicane di Saddam Hussein e l’ex sede del partito Baath nella capitale. Si parla anche di ampie porzioni dell’area militare adiacente all’aeroporto (Camp Victory) dove gli americani hanno costruito un loro terminal.
Basi che consentirebbero di inviare rapidamente rinforzi in Iraq in caso di necessità, cioè di minaccia iraniana. Non è certo un caso che Moqtada al Sadr, leader politico e capo delle milizie estremiste sciite filo-iraniane, sia rientrato a Baghdad dopo due anni trascorsi a Teheran (ufficialmente a frequentare studi coranici), giusto in tempo per organizzare una manifestazione contro la visita di Biden e la presenza militare degli Stati Uniti in Iraq.
Secondo i dati forniti dal Pentagono il numero di atti di violenza contro le truppe statunitensi e irachene è diminuito a 8.233 nel 2010 con 60 caduti statunitensi rispetto agli 11.203 attacchi e 149 caduti del 2009. Si tratta del livello più basso dall’inizio della guerra in Iraq nel 2003 mentre il l’anno in cui il conflitto è stato più intenso è stato il 2007 quando vi erano stati 67.727 attacchi e ben 907 caduti americani .
Dal marzo 2003 le perdite americane in Iraq ammontano a 4.435 caduti contro i 1.459 registrati in quasi dieci anni di guerra afghana.
- Lunedì 17 Gennaio 2011


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