
(Credits: Epa)
Fatta la legge, trovato l’inganno. L’Iran ha sospeso la condanna a morte a carico di Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna accusata di adulterio e complicità nell’omicidio del marito.
È quanto rivela la presidente della Commissione parlamentare iraniana per i diritti umani Zohreh Elahian, in una lettera al presidente brasiliano Dilma Rousseff.
Il Brasile è sì alleato all’Iran, e ha mediato tra l’Occidente e la Repubblica islamica in merito al discusso programma nucleare, ma lo scorso luglio l’ex presidente Luiz Ignacio Lula da Silva aveva offerto asilo politico a Sakineh, ricevendo un secco no da Teheran.
Ricordiamo che la donna era stata condannata alla lapidazione per adulterio ma, a seguito della pressione internazionale, la pena era stata sospesa. Come una spada di Damocle, restava però la condanna per impiccagione per complicità nell’omicidio del marito.
Secondo il sistema giuridico iraniano, in caso di ferimento o morte violenta ci sono una parte che offende, e una parte lesa. E a concedere la grazia può essere solo la parte lesa, o gli eredi.
Ora, sembra che la magistratura iraniana abbia trovato l’escamotage per salvare Sakineh e diminuire la pressione occidentale: nella lettera al presidente brasiliano si legge che “l’impiccagione è stata sospesa per il perdono dei figli“.
La missiva precisa però che Sakineh, arrestata nel 2006, dovrà comunque scontare 10 anni di prigione.
Nel frattempo le indagini sui due giornalisti tedeschi arrestati tre mesi fa in Iran per aver tentato di intervistare il figlio e l’avvocato di Sakineh “sono nella fase finale”. E se la rivista per cui lavorano, Bild am Sonntag, dovesse porgere le sue scuse a Teheran, queste potrebbero “produrre effetti”. Lo ha dichiarato nel consueto incontro con la stampa il portavoce del ministero iraniano degli Esteri, Ramin Mehmanparast, precisando tuttavia che la decisione finale spetta esclusivamente ai giudici.
Intanto, nel fine settimana è stato arrestato Reza Khandan, il marito dell’avvocato iraniano, Nasrin Sotoudeh, difensore dei diritti umani e nella “squadra” del premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi.
L’avvocato Nasrin Sotoudeh è stata condannata a undici anni di carcere e ora suo marito, a sua volta arrestato, è stato trasferito nel carcere di Evin a Teheran.
Al momento non sono chiare le accuse contro Khandan, mentre la cauzione e’ stata fissata in 50mila dollari. La sorella di Sotoudeh ha cercato di ottenere il rilascio temporaneo di Khandan, ma senza successo.
L’impressione è che, mentre le vicende di Sakineh si continuano a svolgere come una matassa intricata, ci sia ben altro in ballo a Teheran.
- Lunedì 17 Gennaio 2011

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