

(Credits: Ap Photo/Pete Muller)
di Gianni Castellaneta *
Comunque vada a finire, il referendum iniziato il 9 gennaio in Sud Sudan per determinare la scissione dal nord avrà profonde ripercussioni non solo nella più estesa nazione africana ma in tutta la regione. Prevista dagli accordi di pace del 2005, la consultazione sancirà verosimilmente la separazione del meridione a maggioranza cristiana e animista, con capitale Juba, dal settentrione arabo-musulmano con capitale Khartoum.
Diversi sono gli scenari che si aprono dopo il voto, i cui risultati saranno resi noti fra un mese. Essi sono stati sin qui tratteggiati dall’High level panel sul Sudan guidato dall’ex presidente sudafricano Thabo Mbkei per conto dell’Unione Africana, incaricata di gestire il delicato processo. A parte l’improbabile mantenimento dell’unità del paese, le parti potranno accordarsi su una separazione completa, sull’ipotesi di due stati indipendenti con un confine aperto o su un’opzione confederale che preservi comuni istituzioni rappresentative e di governo.
I rischi che un paese dilaniato da decenni di guerra civile non trovi una situazione di pace sono naturalmente dietro l’angolo, tanto più vivi quanto più si considerino i molti e complessi nodi ancora da sciogliere. A partire dalla definizione del destino della regione confinaria dell’Abyei, ricca di petrolio, che avrebbe dovuto autodeterminarsi con un referendum contestuale a quello di tutto il sud, rinviato tuttavia a data da destinarsi. Per passare poi alle questioni della cittadinanza, alle garanzie da fornire alle reciproche minoranze, alla continuità dei trattati internazionali, alla gestione degli aspetti finanziari ed economici del divorzio.
Tuttavia, la separazione tra sud e nord del Sudan implica risvolti geopolitici che vanno al di là del mero battesimo di una nuova nazione, per quanto problematico. Il processo, così come le turbolenze di tutta l’area, è infatti per motivi diversi nel mirino dell’attenzione americana e cinese. Per Washington resta prioritaria la stabilizzazione di una regione e del suo protagonista territorialmente più esteso, che aveva peraltro ospitato a lungo Osama Bin Laden, contro i rischi di una recrudescenza del jihadismo più radicale. Sul piatto di questa bilancia gli americani sono disposti ad arrivare a mettere tutta la loro influenza per garantire al presidente nordsudanese Omar al-Bashir, unico governante in carica al mondo incriminato dal tribunale penale internazionale per i crimini in Darfur, una composizione stragiudiziale della vicenda. Per la Cina, in attesa di oleodotti che consentano il trasporto diretto di greggio dai pozzi del Sud Sudan fino ai porti kenyani, si tratta di garantire la sicurezza delle rotte di transito verso il nord di forniture petrolifere che pesano tra il 5 e il 10 per cento delle importazioni.
Restano due considerazioni finali, non di poco conto. Se è vero infatti che la possibile ripresa di una conflittualità dagli esiti incerti nel cuore del Corno d’Africa non fa gli interessi di nessuno, visti gli enormi rischi che questo comporterebbe ai fini dello sviluppo della produzione e del commercio, a cominciare dal petrolio, è altrettanto vero che l’indipendenza del Sud Sudan aggiunge un nuovo giocatore nella complessa gestione delle vitali risorse d’acqua del Nilo. Per quanta attenzione la comunità internazionale possa dedicare a circoscrivere pacificamente la questione, questa prospettiva incide sulle irrisolte pretese degli stati a monte (Etiopia, Congo, Uganda, Kenya) di vedere aumentata la rispettiva quota d’acqua, sacrificata dagli accordi postcoloniali a vantaggio degli stati a valle.
Anche e soprattutto per questo, come rileva giustamente Giancarlo Calchi Novati in una recente analisi per l’Ispi, la scissione del Sudan è una sconfitta anzitutto del mondo arabo e in particolare dell’Egitto, da sempre impegnato in una politica di contenimento dei concorrenti nella valle del Nilo. Nonostante il consenso garantito obtorto collo all’alleato americano sulla prospettiva di partizione sudanese, Il Cairo vive alle sue spalle la nascita di uno stato turbolento e attratto da lusinghe antiarabe. Per il regime di Hosni Mubarak e le sue prospettive di transizione, messe in pericolo dagli attacchi alle minoranze cristiano-copte e motivo di destabilizzazione in tutto il Maghreb e il Medio Oriente, si tratta di un ulteriore elemento d’incertezza.
* ambasciatore italiano negli Stati Uniti dal 2005 al 2009
- Lunedì 17 Gennaio 2011

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