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Per l’Italia neppure Desert Storm è stata una guerra: il “caso” Bellini

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  • Tags: Bellini, Cocciolone, Desert Storm, Guerre di pace italiane, iraq
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Gianmarco Bellini (Credits: A2 Alabiso)

Gianmarco Bellini (Credits: A2 Alabiso)

Gianandrea GaianiHa bombardato una base irachena in Kuwait, è stato abbattuto, torturato e tenuto in prigionia dai militari di Saddam Hussein per quasi due mesi ma in guerra non c’è mai stato. Almeno per l’Italia che continuando a negare il suo ruolo nei conflitti dei nostri giorni rimuove anche i suoi eroi di guerra. Il caso del colonnello Gianmarco Bellini, pilota di bombardieri Tornado, abbattuto insieme al capitano Maurizio Cocciolone il 18 gennaio 1991 sul Kuwait, è uno dei più rappresentativi quando si parla delle “guerre di pace italiane“.

A vent’anni di distanza, Bellini ha ricordato la vicenda che lo vide protagonista. “Il mio aereo è stato abbattuto dagli iracheni in combattimento, ho fatto 47 giorni di prigionia subendo torture fisiche e psicologiche, ho ricevuto una medaglia d’argento al valor militare, ma ufficialmente non sono mai stato in guerra” ha detto l’ufficiale pilota al giornalista Vincenzo Sinapi dell’Ansa.

“Però ho fiducia nelle istituzioni e sono sicuro che tutto questo verrà presto riconosciuto“. La cattura dei due ufficiali italiani e l’apparizione in televisione di Cocciolone, volto tumefatto e tuta da prigioniero, sconvolsero un’Italia che dal 1945 non aveva più avuto a che fare con la guerra vera e propria.

“Eravamo otto equipaggi di Tornado schierati ad Al Dhafra, la crema dell’Aeronautica militare. Tutti perfettamente addestrati. Quando il 16 gennaio il Parlamento ha dato il via libera all’impiego delle bombe sapevamo che presto sarebbe arrivato il momento”. E il momento arriva l’indomani con l’ordine di attaccare “un deposito di munizioni in Kuwait”.

Gli otto aerei italiani decollano insieme ad altri trenta di vari Paesi, ma a causa del maltempo l’unico che riesce a fare rifornimento in volo è Bellini. “Eravamo rimasti soli, ma ci siamo diretti lo stesso sul target e l’abbiamo centrato. Cinque bombe, sganciate da 40 metri di altezza”. Ma l’anti-aerea irachena risponde “in modo rabbioso”. L’aereo, colpito alla coda, è ingovernabile. “Ci siamo catapultati due secondi prima che precipitasse ed è un miracolo se siamo vivi”.


Da quel momento la memoria di Bellini ha un buco di dieci giorni, probabilmente perché è stato pesantemente drogato. “Quando torno a ricordare mi trovo in una cella singola, fredda e sporca, sofferente per le fratture. Ricordo gli interrogatori: non volevano sapere chissà che segreti, ripetevano solo che mi avrebbero ucciso. Avevo una luce sparata in faccia e mi arrivavano botte da persone che non riuscivo a vedere”.

Il 23 febbraio anche quel palazzo, a Baghdad, viene bombardato ma i prigionieri, nel seminterrato, si salvano. Vengono portati via, incappucciati. “Poi la guerra finisce e il 3 marzo siamo stati ripuliti alla meglio e liberati”. Di Cocciolone, il suo navigatore, Bellini non aveva saputo più niente. “L’ho rivisto sulla nave ospedale dove ci hanno portato. E’ stato un momento toccante”.

Oggi Cocciolone, che negli anni scorsi ha comandato anche la base aerea di Herat, in Afghanistan, è in servizio presso l’organizzazione logistica della Nato Italnamso, mentre Bellini, dopo numerosi incarichi in Italia, Inghilterra e Stati Uniti, lavora al comando Nato di Bagnoli (Napoli) ma nel suo stato di servizio non c’è traccia né di guerra, né di prigionia, né di ferite in combattimento.

In quel periodo, lui risulta solo “a disposizione del comandante di corpo”.  Il problema è normativo: l’Italia all’epoca non era ufficialmente in guerra con l’Iraq e dunque, non esistono prigionieri o feriti di guerra italiani. “L’Italia è un Paese serio e dovrebbe uscire da questi sotterfugi alla 8 settembre. E’ una mancanza di rispetto nei confronti di chi ha operato, di chi ha sofferto e della Forza armata: il potere aereo è stato decisivo nel chiudere la partita in pochi giorni e con un numero ridotto di vittime. Che tutto questo non venga riconosciuto mi fa star male”.

La questione è stata posta all’attenzione del ministro della Difesa, Ignazio La Russa, da un’interrogazione parlamentare ma nel frattempo, anche con l’occasione della ricorrenza dei venti anni di Desert Storm , la protesta di Bellini è diventata un caso mediatico. Molti giornali ne parlano e su Facebook è nato il gruppo Gianmarco Bellini prigioniero di guerra che, in un paio di giorni, ha visto gli iscritti salire a 3.300.

Del resto non vi sono dubbi che quella per liberare il Kuwait sia stata una vera guerra (peraltro autorizzata dalla Risoluzione 678 del Consiglio di sicurezza dell’Onu) che vide fronteggiarsi oltre 750 mila i militari alleati (540 mila americani) e un milione di iracheni. Dal 17 gennaio al 28 febbraio morirono circa 400 militari alleati e almeno 25 mila iracheni più 3.700 civili. Ben 75 i jet alleati caduti insieme a 23 elicotteri. Solo gli aerei statunitensi sganciarono sull’Iraq 60.624 tonnellate di bombe, con una media mensile superiore a quella registrata in Vietnam e vicina a quella della Seconda guerra mondiale. Gli iracheni persero 120 velivoli, 3.700 carri armati, 2.400 blindati, 2.600 cannoni e 19 navi.

  • gianandrea gaiani
  • Martedì 18 Gennaio 2011

Vedi anche:

  • Afghanistan: sparatoria in una base, morto un militare italiano. Un altro ferito
Iraq: kamikaze si fa esplodere tra le reclute, oltre 40 morti e decine di feriti »
« La sinistra israeliana si spacca in due. Era ora

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