
(Credits: Ap Foto/Christophe Ena)
In Tunisia la tensione è sempre alle stelle. Oggi il nuovo governo di unità nazionale avrebbe dovuto riunirsi per la prima volta, ma le feroci polemiche hanno costretto il premier a rinviare di un giorno l’incontro. Quattro ministri dell’opposizione hanno rassegnato le dimissioni per protesta contro la presenza dei fedelissimi dell’ex presidente Zine el Abidine Ben Alì nell’esecutivo che traghetterà il Paese verso le elezioni.
Sembrava che la parte peggiore dell’incubo fosse terminata. A Tunisi le persone avevano ricominciato ad affollare i caffè del centro e i negozi avevano cominciato a essere riforniti. Ma, da un momento all’altro, era anche possibile vedere la polizia entrare improvvisamente in azione, la corsa di manipoli di manifestanti e l’utilizzo di gas lacrimogeni. Certo, non la mattanza dei giorni caldi della “guerra del pane”, che - secondo le stime ufficiali - ha fatto 78 morti (molti di più secondo quelle non ufficiali).
Adesso la rabbia dei tunisini ha un nuovo bersaglio, ed è l’intero apparato di potere e di terrore che ha permesso alla dittatura di Ben Alì di prosperare durante gli ultimi 23 anni. Le proteste si sono concentrate contro la sede del potente RCD (Constitutional Democratic Rally party), il partito dell’ex presidente, che controlla Tunisi da un gigantesco edificio nel cuore della capitale. E la rabbia e le proteste si sono fatte sentire anche tra le fila del nuovo esecutivo. Ieri, dopo poco più di 24 ore di vita, il nuovo governo già perdeva quattro dei suoi pezzi, e tutti dell’opposizione. I quattro ministri hanno fatto un passo indietro e hanno lasciato i loro dicasteri per protestare contro la presenza dei fedelissimi di Ben Alì in posti chiave all’interno del governo (ai ministeri di Difesa, Interni, Esteri e Finanze).

(Credits: Epa/Lucas Dolega)
In risposta, il presidente ad interim, Foued Mebazaa, e l’ex premier, Mohamed Ghannouchi, hanno dato le dimissioni dall’RCD, ma non è bastato. I ministri fuoriusciti dal governo chiedono che la squadra che guiderà il Paese nei prossimi due mesi fino alle nuove elezioni sia composta unicamente dai rappresentanti delle opposizioni. Per risposta, Mohamed Ghannouchi ha detto che lui e gli altri ministri verso i quali oggi si punta il dito, negli ultimi mesi hanno lavorato per “preservare l’interesse nazionale”, e dai rappresentanti del Sindacato gli arriva un plauso. In molti su di lui chiuderebbero un occhio, viste le sue capacità, soprattutto nel campo dell’Economia.
Ma di certo non ha intenzione di salvare nessuno Moncef Marzouki, uno dei più acerrimi oppositori dell’ex presidente che è tornato in Tunisia dopo decenni di esilio a Parigi. “Questo governo è la continuazione della dittatura“, ha dichiarato alla Bbc. “L’RCD è un parassita che ha attaccato l’apparato dello Stato. Quando lo estirperemo, lo Stato funzionerà molto meglio”. “Fortunatamente - ha concluso Marzouki - in Tunisia abbiamo una burocrazia che può guidare il Paese senza alcun problema”.
Cosa che sanno bene proprio i fedelissimi di Ben Alì e dell’RCD: due milioni di iscritti e novemila cellule “di controllo” in tutto la Tunisia, così che nessuno potesse sfuggire agli occhi del partito “unico”. Una burocrazia dittatoriale che negli ultimi due decenni ha svolto i suoi compiti in modo decisamente “efficiente”.
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Anna Mazzone è giornalista, vive a Roma ma sogna di trasferirsi a Istanbul. E’ direttore della rivista Formiche e collabora con il quotidiano Il Riformista, per il quale scrive di Giappone, Turchia e sud del Caucaso.
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- Mercoledì 19 Gennaio 2011


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