- Tags: Cina, Finmeccanica, Gheddafi, Guarguaglini, Guerre di pace italiane, Iveco, Lince, Mistral, Russia
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Pier Francesco Guarguaglini (Credits: Alessandro Di Meo/Dba)
Francesi e italiani vendono navi e mezzi blindati ai russi, Gheddafi entra nell’azionariato di Finmeccanica mentre a Bruxelles si moltiplicano le pressioni per rimuovere l’embargo sulla vendita di tecnologia militare alla Cina. Siamo proprio sicuri che vendere armi a tutti e in società con chiunque sia un buon affare in termini strategici e finanziari?
La Francia ha appena firmato un accordo con Mosca per la produzione di quattro navi portaelicotteri da assalto anfibio classe Mistral che ufficialmente i russi impiegheranno per “difendere le isole Curili rivendicate dal Giappone” come ha detto senza timore di cadere nel ridicolo il generale Nikolai Makarov, capo di Stato maggiore russo.
Si tratta della più importante commessa militare occidentale con l’ex nemico russo ma è evidente che quelle navi hanno un carattere offensivo e verranno più facilmente impiegate nel Mar Nero per tenere sotto stretta minaccia le coste della Georgia o nel Baltico dove Estonia, Lettonia e Lituania hanno criticato la scelta di Parigi.
L’accordo, commentato negativamente anche a Washington, farà incassare ai francesi due miliardi di euro e il trasferimento di tecnologie consentirà ai cantieri russi di produrre domani navi simili a prezzi probabilmente inferiori offrendole sul mercato a discapito delle navi occidentali.
I primi acquisti di armi effettuati da Mosca in Occidente riguardano anche l’Italia. L’esercito russo ha ordinato 2.500 blindati Iveco Lince e pare interessato anche ai più grandi Freccia e Centauro. Ovviamente da produrre in Russia, acquisendo così il know how tecnologico più avanzato in questo settore. Oggi i Lince sono stati esportati in dieci Paesi europei. Siamo certi che domani i mercati non preferiranno la copia russa a prezzo più basso? Siamo certi che prossime guerre combattute dai russi con mezzi europei vedranno Mosca schierata dalla parte dei nostri interessi?
Ma se vendere armi ai russi può destare perplessità, venderle ai cinesi pare un’assurdità come ho scritto recentemente su Analisi Difesa. Eppure, con ciclica cadenza, a Bruxelles si discute di abrogare l’embargo in vigore dal 1989, anno della repressione dei moti di Piazza Tienanmen. L’ultimo a chiedere di togliere l’embargo è stato il “ministro degli Esteri” della UeCatherine Ashton che ha incassato subito un secco no dal suo Paese, la Gran Bretagna.
In Francia, Germania e Italia, invece, molti non vedono l’ora di vendere tecnologia militare ai cinesi nonostante Pechino sia un rivale militare, nella competizione per accaparrarsi le materie prime e nelle grandi commesse internazionali incluse quelle militari. I jet cinesi, spesso copie di quelli russi, partecipano già alle gare in Serbia e in altri Paesi europei. Per ora con poche possibilità di vittoria, ma se domani potranno copiare la nostra tecnologia avanzata e replicarla a basso prezzo le cose potrebbero cambiare.
Lo sanno bene i russi che si sono visti copiare e poi piazzare sul mercato a prezzo di saldo i Sukhoi 27 ribattezzati J-11 e i Sukhoi 33 divenuti J-15 per non parlare di navi e missili. La Cina vende armi all’Iran e ai peggiori nemici dell’Occidente e anche senza enfatizzare la questione dei diritti umani, pragmaticamente non c’è un solo motivo per venderle tecnologia militare.
Nell’ottobre scorso il presidente e amministratore delegato di Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini, ha dichiarato in una conferenza all’università Bocconi di Milano che “la Cina potrebbe diventare un campo d’azione per Finmeccanica anche per la parte militare. Noi abbiamo certi limiti dovuti alla legge 185 (che regola le esportazioni militari, ndr). Se ci tolgono questi limiti, la Cina diventa un campo anche per la parte militare”.
Finmeccanica è già presente in Cina “per quanto riguarda il traffico aereo, i treni e gli elicotteri”, ha ricordato Guarguaglini. “E’ un Paese su cui noi puntiamo: l’America ha deciso che possono vendere loro il C-130, il che vorrebbe dire che noi possiamo vendere a Pechino il C27J”.
A differenza dei suoi predecessori, invece, Barack Obama sembra pronto ad aprire alla vendita di tecnologia militare rimuovendo il velivolo cargo C-130 Hercules dalla lista dei prodotti banditi dalla vendita a Pechino. Il velivolo ha molte componenti in comune con l’Italiano C-27J, più piccolo ma in grado di atterrare ovunque.
Velivoli che entro pochi anni verrebbero probabilmente replicati e offerti sul mercato da Pechino. Vale la pena bruciarsi i mercati di domani per pochi miliardi incassati oggi? Difficile non esprimere riserve nei confronti di iniziative politiche e finanziarie che rischiano di rivelarsi veri e propri boomerang, come l’ingresso del fondo sovrano libico (Lybian Investment authority) nel capitale di Finmeccanica, gruppo che il ministro degli esteri, Franco Frattini, definì mesi or sono un “assetto strategico nazionale”.
Con 100 milioni di euro i libici si attribuiscono il 2 per cento della società che rappresenta uno dei principali produttori mondiali di armi, mezzi ed equipaggiamenti militari, controllata dal ministero del l’Economia, e che detiene il 32,4 per cento delle azioni.
A Gheddafi abbiano venduto elicotteri e treni e regalato aerei, sistemi di controllo e motovedette ma, nonostante gli accordi, non è mai stato un partner affidabile . Gli investimenti libici in Italia sono già considerevoli in Unicredit (7,5 per cento), Juventus (secondo azionista con il 7,5 per cento) e nell’Eni (1 per cento). E’ una buona idea assicurare a Gheddafi un ruolo anche nel controllo della nostra industria per la Difesa?
- Mercoledì 26 Gennaio 2011


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Commenti
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Il 26 Gennaio 2011 alle 21:53 Armi europee (e italiane) per tutti? – L’ANALISI | Notizie Più ha scritto:
[...] rest is here: Armi europee (e italiane) per tutti? – L’ANALISI Segnala presso: Articoli CorrelatiStati Uniti: Obama affronta lo stato dell’UnioneStati [...]
Il 27 Gennaio 2011 alle 10:22 fsl ha scritto:
Non c’è niente di cui meravigliarsi.
L’Unione Europea è un’entità politica solo sulla carta, di fatto, al di là dei confini dei paesi che la compongono, conta pochissimo.
Non si può nemmeno parlare di interessi strategici europei o di politica estera europea .
In una scala più piccola, i singoli Paesi europei più importanti stanno perdendo di importanza a livello mondiale.
La mia impressione è che la politica estera di questi paesi non solo venga ispirata solo dagli interessi economici (come avveniva in passato) ma addirittura, tendono ad essere prevalenti gli interessi di “bottega” ossia della singola ditta che produce ed esporta un certo prodotto.
Alla ditta X che produce veicoli, elicotteri aerei, radar o navi, interessa il mero guadagno per produrre utili e restare sul mercato.
Se il mercato nazionale si restringe al lumicino, perché il proprio paese stringe la borsa e riduce al minimo sia l’acquisto dei “pezzi” sia le spese per lo sviluppo, allora è normale, dal punto di vista del produttore, cercare nuovi sbocchi per i propri prodotti.
Se manca una guida strategica, se il governo nazionale è sempre più debole, questi interessi tenderanno a influenzare in misura sempre maggiore le decisioni dei singoli paesi (perché in Europa ognuno va per sé).
Questo è uno degli aspetti dello scenario di decadenza in cui vivacchiano le ex potenze coloniali e i discendenti degli ex imperi continentali, inutile nasconderlo.
Considerati i problemi nel trovare nuove risorse per tenere aggiornate le proprie forze armate, i governi europei vogliono eliminare i limiti all’esportazione di armamenti con la Cina non solo per favorire questi interessi “privati” , ma anche per poter acquistare dai cinesi quei sistemi d’arma che non sono più in grado di sviluppare.
Prendiamo il caccia stealth avanzato di 5^ generazione J-20.
Visto che non esiste, né esisterà, in Europa un programma per un sostituto del Typhoon, visto che è impensabile che lo F-35 sia utilizzabile come caccia da superiorità aerea, che lo F-22 non sarà esportato e/o costerebbe troppo, che si fa? Entriamo in consorzio con l’azienda cinese Chengdu Aircraft Corporation per sviluppare il “Black Eagle” montandoci tanta elettronica europea o i motori!
E magari facciamo lo stesso con i nuovi vicoli anfibi cinesi ZBD2000, missili, UAV, elicotteri…
Vogliamo che solo i cantieri dell’Ucraina (!) collaborino nella costruzione delle nuove portaerei cinesi? Ormai si pensa a chi primo arriva, meglio alloggia.
Così se i cinesi venderanno all’estero i sistemi d’arma sviluppati con gli europei anche le ditte europee faranno il loro guadagno, alla faccia dei miseri bilanci nazionali e della crisi economica!
Ma davvero c’è ancora qualche militare o politico europeo che si preoccupi di ritrovare le copie delle armi nazionali usate contro i propri soldati?
Ormai questi personaggi vengono bollati come dei visionari Dr. Strangelove.
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