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(Credits: Rajesh Kumar Singh/AP)
Un monaco buddista di 24 anni rischia cinque anni di prigione. Per aver trasportato tabacco da masticare in Bhutan, l’unico paese al mondo che ha imposto un divieto pressoché totale sul fumo. Da qualche anno neppure agli stranieri è consentito accendersi una sigaretta. Nelle case, nei locali pubblici, nelle strade, nei parchi, nelle discoteche, nei centri sportivi, nei centri commerciali e in qualsiasi altro luogo in cui possa esserci gente. E non ha lasciato angoli riservati ai fumatori da nessuna parte.
I ministri di questo piccolo regno arroccato sull’Himalaya hanno sempre difeso il provvedimento come strumento che garantisce al sistema sanitario nazionale di “non sprecare risorse per curare le cattive abitudini della popolazione”. Va detto che il fatto di aver cercato di investire regolarmente il 20% del budget in salute ed educazione ha permesso un progressivo incremento del tasso di alfabetizzazione, della speranza di vita media e un aumento del numero di medici operativi nel paese.
Ma come ha fatto il monaco incriminato a trovare le sigarette quando anche la vendita del tabacco è vietata in tutto il paese? Difficile credere che abbia frequentato una di quelle case-fumerie che sono state aperte in modo più o meno lecito nella capitale, Thimphu. Il giovane, ora accusato di contrabbando e consumo di tabacco, avrebbe invece trasportato da Phuentsholing -una località al confine con l’India- a Thimphu 72 pacchetti di tabacco da masticare, nascosti in una borsa sotto i vestiti. Una nuova norma prevede che il possesso del tabacco possa ancora essere autorizzato per chi può esibire una ricevuta che dimostri che sia stato acquistato in India, per uso personale, e per non più di 200 sigarette o 150 grammi di tabacco al mese. Ma il monaco ha spiegato di non essere al corrente delle nuove regole e, di conseguenza, di non aver conservato lo scontrino.
Ai monaci in servizio non resta altra possibilità che consolarsi masticando le più classiche foglie di betel, o anche tabacco, ma solo nelle campagne, dove i controlli sono meno rigidi rispetto a quanto succede nei villaggi e nelle cittadine un po’ più grandi.
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Claudia Astarita è docente di Relazioni Internazionali dell’Asia Orientale presso l’Università di Bologna. Scrive approfondimenti sull’Asia per Panorama.it, Economy, Il Secolo XIX, East. Ha lavorato quattro anni come ricercatrice a New Delhi e Hong Kong. L’Oriente è la sua passione e coglie ogni occasione per tornare nei luoghi che ama.
- Mercoledì 2 Febbraio 2011


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