
Il siriano Assad e il saudita Abdullah, due leader della Leaga Araba (Credits: AP Photo/Bassem Tellawi)
I media sauditi raccontano le proteste egiziane insistendo sul caos e mettendo in primo piano i saccheggi e le distruzioni dei dimostranti, per intimidire i lettori sulle possibili conseguenze di un effetto domino. Ma in Arabia Saudita l’onda lunga del risentimento sembra essere già arrivata e non sono mancati gesti eclatanti, visto che il 22 gennaio un sessantenne si è dato fuoco a Samitah, al confine con lo Yemen. Complice la censura di regime, la linea editoriale delle testate saudite rispecchia la decisione del sovrano, che ha dato asilo al presidente tunisino Ben Ali e si è schierato a fianco dell’egiziano Mubarak, ma i giornalisti criticano comunque il governo cairota per aver tagliato le comunicazioni.
I paesi del Golfo osservano con sospetto la crisi egiziana. Molti hanno problemi di disoccupazione e corruzione. Sono monarchie dove il potere si trasmette in modo ereditario e i sudditi non hanno diritti politici. Per vaccinarsi contro il contagio delle proteste nordafricane, questi regimi autoritari stanno facendo ricorso ai sussidi per diminuire i prezzi dei generi alimentari e del carburante, aumentano i salari e propongono un rimpasto di governo. Mettere fine alla repressione e innescare le riforme auspicate restano invece un miraggio nel deserto, ma alla lunga questo atteggiamento non potrà che causare delusione e ulteriore risentimento.
Come in nordafrica, anche nel Golfo il risentimento si tinge di sfumature diverse. In Bahrein, per esempio, la dinastia sunnita al-Khalifa regna su una maggioranza sciita e, per protestare contro le discriminazioni e la corruzione, l’opposizione ha annunciato che il 14 febbraio sarà la giornata della rabbia.
In Kuwait, dove negli ultimi mesi il costo di alcuni prodotti è aumentato del 35% e l’inflazione è salita quasi del 6%, il parlamento ha approvato all’unanimità una legge per elargire l’equivalente di 3.500 dollari al mese a ogni suddito per i prossimi 14 mesi.
A far riflettere è soprattutto l’Arabia Saudita, dove una decina di giorni fa l’area di Jeddah è stata colpita da un’alluvione: 12 morti, centinaia di feriti, 18 mila sfollati, 27 mila edifici danneggiati e il 90% delle strade distrutte.
I media sauditi non ne fanno cenno, ma a Jeddah – la seconda città del regno, priva di una vera rete fognaria per i 4 milioni di abitanti - ci sono state proteste spontanee contro il governo, incapace di risolvere i problemi nonostante la ricchezza petrolifera. Due giorni dopo, l’imam della grande moschea della Mecca ha messo in discussione le capacità delle autorità di proteggere i cittadini. Per motivi diversi, non strettamente legati alla povertà, il risentimento popolare non si fermerà all’Egitto.
- Lunedì 7 Febbraio 2011

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