

Al Cairo, martedì 25 gennaio, decine di migliaia di giovani attivisti del movimento 6 Aprile, chiamati a raccolta via Facebook, Twitter, email e sms, iniziavano la loro «Giornata della rabbia» in piazza Tahrir (Liberazione) per chiedere la fine del regime autocratico di Hosni Mubarak.
Nelle stesse ore, a Gerusalemme, durante la sua prima audizione in parlamento del nuovo capo dell’intelligence militare israeliana, il generale Aviv Kochavi tranquillizzava i membri della commissione Esteri e difesa: «Attualmente non ci sono dubbi sulla stabilità del regime in Egitto. I Fratelli musulmani non sono organizzati a sufficienza per prendere il potere». Così, testuale e tranchant, l’alto ufficiale dei servizi segreti, secondo un parlamentare israeliano che, confidandosi con Panorama, non riesce ancora a spiegarsi il gravissimo fallimento dell’intelligence dello stato ebraico.
Era già successo nel 1989, alla caduta del Muro di Berlino. Anche lì la Cia e i principali alleati europei furono colti alla sprovvista dall’effetto domino che travolse i paesi dell’ex impero sovietico. Solo che oggi l’instabilità egiziana, con Mubarak che tenta di arroccarsi fino a settembre e la piazza che, protetta dall’esercito, pretende di cacciarlo immediatamente, può provocare conseguenze ancora più catastrofiche.
L’Egitto è il paese pivot degli equilibri mediorientali e nordafricani, è l’architrave dell’influenza americana ed europea, è la casa del canale di Suez, una delle principali rotte commerciali del mondo, e governa anche l’oleodotto di Sumed, da dove passa il 10 per cento del petrolio esportato dal Golfo Persico: un’eventuale chiusura porterebbe a uno shock energetico insostenibile nell’attuale crisi economica.
La rivolta in Egitto può contagiare altri paesi che si trovano più o meno nella stessa situazione. Con il Libano, dove il movimento guerrigliero sciita Hezbollah ha preso il controllo del governo esautorando il laico sunnita Saad Hariri, con la Tunisia, alla ricerca di una via d’uscita politica dopo la fuga del clan del presidente Ben Ali, tante altre repubbliche e monarchie appaiono all’improvviso vulnerabili: si sono già registrate manifestazioni popolari in Algeria, Sudan, Mauritania e Yemen mentre in Giordania re Abdallah II, per prevenire i moti popolari, ha sciolto immediatamente il governo sotto scacco e ha nominato un nuovo primo ministro incaricato di accelerare le riforme sociali ed economiche. In buona sostanza, la minaccia non riguarda solo il possibile cambio di regime, ma anche la sicurezza energetica, la cooperazione economica, l’immigrazione e l’estremismo religioso.
È fin troppo ovvio che a Washington, a Parigi, a Londra e a Roma (mercoledì 2 febbraio) le unità strategiche dei ministeri degli Esteri abbiano messo al lavoro i migliori cervelli per capire quali risposte si possono dare per tentare di gestire il dopo (Ben Ali o Mubarak che sia). Ma, a fronte dei tanti scenari prospettati, quello che adesso conta è l’indirizzo politico, il più possibile concordato, di qua e di là dell’Atlantico, per evitare gli errori del dopo guerra fredda nei paesi dell’Est.
Il nuovo ordine mediorientale è tutto da costruire. «Sarà bene che la comunità internazionale elabori un’adeguata strategia della transizione prima di assistere impotente alle schermaglie fra i vari partiti locali portatori di modelli di crescita diversi e di filosofie politiche agli estremi» ammonisce Antonio Badini, a lungo ambasciatore italiano in Egitto e ora inviato permanente dell’Idlo, l’organizzazione internazionale che si occupa di sviluppare lo stato di diritto nei paesi in via di sviluppo.
È un compito tutt’altro che agevole e certamente non privo di incognite. La reputazione dell’Unione Europea e degli Stati Uniti in tutta la regione è ai livelli minimi a causa dell’appoggio dato per ragioni di realpolitik e di opportunismo commerciale a regimi solo apparentemente democratici. Il primo obiettivo è perciò quello di ribaltare questa convinzione nel tentativo di recuperare i rapporti con la società civile.
«In questi sei anni, invisibili a quasi tutti, gli egiziani hanno costruito un’opposizione in cui internet è diventata l’agorà politica su cui è stato stabilito un dialogo fra culture diverse, anzi contrapposte (socialisti, postmarxisti, liberali, islamisti), con l’unico obiettivo di arrivare alla democrazia» spiega a Panorama Paola Caridi, l’autrice del saggio Arabi invisibili nel quale, già tre anni fa, svelava l’alba della nascente opposizione a Mubarak.
L’input che viene da Washington e che è stato accettato dall’Europa è quello di favorire in un orizzonte temporale ben definito le elezioni democratiche. Anche con l’invio di gruppi di esperti che preparino le condizioni minime per svolgere in maniera corretta il voto. E dunque senza censure dei mezzi di informazione (inclusa la tv pubblica) e possibilmente con l’amnistia nei confronti degli oppositori di antica data e anche di quelli più recenti.
Sta già succedendo in Tunisia e, non a caso, è stato favorito il ritorno in patria di Rachid Ghannouchi, il leader dell’opposizione religiosa in esilio a Londra, accolto all’aeroporto da un migliaio di sostenitori che inneggiavano sì alla ritrovata libertà, ma sulle note dell’inno nazionale tunisino.
È qui l’aspetto più delicato dell’intera questione. Includere o non includere l’Islam politico nel nuovo assetto politico, compresi i Fratelli musulmani egiziani, il più radicato movimento di massa islamista di tutto il mondo arabo? La decisione presa da Barack Obama e comunicata a tutti i partner, così come risulta a Panorama da fonti della diplomazia europea, è un deciso sì. Il miglior modo per favorire «il passaggio dal richiamo ai valori dell’Islam verso forme di integralismo è l’esclusione» è stato il monito lanciato dal dipartimento di Stato.
Spiega ancora l’ambasciatore Badini: «Dire che i Fratelli musulmani in Egitto rappresentano non più del 30 per cento dell’elettorato è falso poiché, in condizioni di libertà e di regolarità elettorale, i numeri non potranno che essere diversi da quelli di oggi». Aggiunge la studiosa Caridi: «Demonizzarli serve solo a rendere i leader pragmatici più deboli rispetto ai fanatici».
Il modello verso cui tutti oggi sembrano puntare è la Turchia di Recep Tayyp Erdogan proprio per scongiurare la deriva opposta: l’Iran degli ayatollah. Perché una cosa è certa: svanite le emozioni e sopiti gli slogan di piazza Tahrir, bisognerà evitare che a guidare gli eventi sia Teheran o Damasco. Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad si è fatto vivo già un anno fa, il 25 febbraio, con Bashar Assad per chiedergli un’azione congiunta in Egitto, con l’intervento destabilizzatore di Hamas e di Hezbollah, per il day after Mubarak, tale da spostare sensibilmente l’asse di quel paese in funzione antioccidentale e soprattutto antiisraeliana.
Tutti questi giochi sporchi (almeno questi) sono ben noti a Gerusalemme, a Bruxelles e a Washington, dove comunque si fa affidamento, in caso estremo, sulle forze armate dei paesi più a rischio, come l’Egitto. Perché in Medio Oriente oggi non è possibile sbagliare nemmeno una mossa. «La comunità internazionale deve seguire e sostenere le forze innovatrici che possono ridare fiducia al popolo per condurlo verso un percorso democratico e di sviluppo economico, ma anche per abituarlo a rispettare le differenze ideologiche e religiose» afferma Maria Amata Garito, rettore dell’università telematica internazionale Uninettuno, che in questi ultimi anni ha lavorato più di tutti a stretto contatto con le principali università arabe e conosce le opportunità e i pericoli che si possono correre. «I conflitti in questi paesi non possono lasciarci indifferenti perché incidono comunque sulle nostre libertà».
- Martedì 8 Febbraio 2011

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