
L'Huffington Post sarà ancora un blog liberal ? (Credits: Ansa/Matt Campbell)
Se c’è una lezione economica che si può apprendere dalla vendita dell’Huffington Post ad AOL è che “il progressismo vende“. E rende bene, molto bene.
Nato nel 2005 con un investimento di un milione di dollari, il Blog, principe dei blog, è stato acquistato dall’Internet company per 315 milioni di dollari. Business is business, e l’operazione di Arianna (Huffington) è stata una magistrale dimostrazione del fatto che - sinistra o non sinistra - il mercato ha delle regole (auree, per chi ci guadagna) quando si tratta di fare un affare.
Il giorno dopo l’annuncio, quasi esaurite le analisi sulla bontà della scelta di AOL di investire nell’informazione online, l’attenzione si è incentrata sulla questione politica: l’HuffPo rimarrà ancora il giornale liberal che è (sempre?) stato, oppure i nuovi proprietari chiederanno una maggiore neutralità, un riposizionamento politico sui contenuti?
Arianna Huffington, la co-fondatrice e l’anima del blog, ha già dato una risposta che potrebbe preludere a un morbido cambiamento di linea editoriale. “Io non penso a noi come a un media di sinistra“, ha detto a Politico, un’altra importante rivista online. “Penso che i nostri lettori siano più avanti di questo dibattito e sappiano che se noi guardassimo al mondo solo con uno sguardo progressista, non saremmo in grado di fornire un’informazione completa su quello che accade nel mondo”.
Cinque anni fa, l’Huffington Post nacque con l’idea di essere la versione di sinistra di Drudge Report, l’apripista dei web magazine, di tendenza conservatore. Una scelta dettata non solo da motivi politici, ma anche (e forse soprattutto) per necessità di mercato, di volontà di conquista di una parte del pubblico che non aveva a disposizione sulla rete un blog di largo respiro nazionale in cui ritrovarsi.
Era l’epoca di George W. Bush, e l’Huffpo si collocò come un avversario (anche se non così acerrimo) dell’amministrazione repubblicana, diventando così il blog liberal per eccellenza. L’appoggio a Barack Obama fu quindi una naturale conseguenza di quella scelta di parte. Confermata anche quando il senatore dell’Illinois è diventato presidente, quella decisione è stata mitigata solo da alcuni articoli di critica nei confronti della politica economica della Casa Bianca.
Con l’acquisizione da parte di AOL, è probabile che quelle vena polemica nei confronti dell’amministrazione Obama possa diventare più forte, in modo da bilanciare il rapporto (finora molto critico) con la Destra.
Nonostante le rassicurazioni di alcune delle grandi firme dell’Huffington Post, come quella di Howard Fineman, ex giornalista di Newsweek, la comunità progressista della rete, i liberal fruitori del sito, dovranno aspettarsi una piccola, grande correzione di rotta da parte della nave guidata da Arianna.
Business is business, e l’operazione di allargare il bacino di utenza dell’Huffington Post passa attraverso una modifica della missione editoriale, senza però arrivare a un vero cambiamento della sua natura.
In fondo, proprio dall’Huffington Post arriva un esempio di cosa significa un professionista, affascinato più dai brand, dalle sfide imprenditoriali che dall’ideologia. E’ quello di Betsy Morgan, ex top manager dalla rivista web di Arianna, passata alla concorrenza quando è stata arruolata da Glenn Beck per dare vita al sito del giornalista icona della Destra americana.
Ripetiamo: l’Huffpo non subirà certo tale trasformazione, ma quasi sicuramente Barack Obama e i democratici non potranno più contare a occhi chiusi sull’appoggio incondizionato del blog nel prossimo futuro. I tempi dell’essere partisan a ogni costo sembrano destinati a finire.
Business is business
—
Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.
- Martedì 8 Febbraio 2011

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