
(Credits: Ap Foto/Emilio Morenatti)
Oggi al Cairo si terrà la prima riunione governativa dopo gli scontri e le proteste anti-Mubarak. Ma in migliaia continuano a chiedere la testa del presidente. I manifestanti si sono accampati a piazza Tahrir, sostenendo di volerci restare finché Mubarak non andrà via. E Israele lancia l’allarme: l’Egitto rischia una deriva in stile iraniano.
Il dialogo con le opposizioni è in stallo e il vice presidente Omar Suleiman sottolinea il fatto che Hosni Mubarak resterà dov’è fino a settembre, quando si terranno le elezioni. “Se Mubarak andasse via” - ha detto l’ex potentissimo direttore dei servizi segreti egiziani - “allora l’unica possibilità sarebbe un golpe“. Eppure, i manifestanti in piazza sembrano preferire la testa di Hosni Mubarak alle riforme. Ma in questa situazione di calma apparente e incomunicabilità tra governo e opposizioni, appare difficile ridisegnare l’architettura costituzionale dell’Egitto in un’ottica democratica.

(Credits: Ap Foto/Emilio Morenatti)
I manifestanti anti-governativi non hanno alcuna intenzione di fare un passo indietro e hanno piantato le tende in piazza Tahrir, scettici sulla reale “transizione” promessa dal governo. Intanto, dalle ong cominciano a essere diffusi i primi dati ufficiali sul numero dei morti durante le proteste dei giorni scorsi. Secondo Human Right Watch sono 298. Ma adesso al Cairo sembra regnare la calma. E’ verosimile che il governo voglia dare segnali di fiducia ai mercati internazionali. La riapertura della Borsa è stata rimandata a domenica. La Banca centrale egiziana cercherà di vendere oltre 15 miliardi di sterline (valuta locale), pari a 2,5 miliardi di dollari, in titoli del Stato a breve termine. È un test importante per la tenuta finanziaria del Paese.
Intanto, da Israele il premier Benjamin Netanyahu lancia l’allarme: la rivoluzione egiziana potrebbe scivolare lungo la pericolosa china dell’esempio persiano, e d’altronde lo stesso Alì Khamenei, la Guida Suprema iraniana, aveva affiancato i moti di piazza Tahrir alla rivoluzione khomeinista del 1979. Quello che Israele teme maggiormente è una “santa alleanza“ tra gli Hezbollah libanesi e i pasdaran iraniani che - secondo quanto pubblicato dal Jerusalem Post - mirano a “incendiare la regione”.
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Anna Mazzone è giornalista, vive a Roma ma sogna di trasferirsi a Istanbul. E’ direttore della rivista Formiche e collabora con il quotidiano Il Riformista, per il quale scrive di Giappone, Turchia e sud del Caucaso.
- Mercoledì 9 Febbraio 2011


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Commenti
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Il 9 Febbraio 2011 alle 18:26 anna.one ha scritto:
Forse la piazza, ma non dimentichiamoci che molti egiziani sono pro-Mubarak, comunque, sarebbe preferibile che Mubarak rimanesse fino alle prossime elezioni, con una lunga transizione c’è la speranza che le forze per la democratizzazione abbiano il tempo di organizzarsi e mantenere il MB marginalizzato nella minoranza. Se invece c’è un cambio veloce sul capo rimarrebbe solo il MB e nessuno potrà bloccarlo. È dal 1928 che il Brotherhood stà progettando un riordine rivoluzionario della società, è l’unico gruppo preparato…e non stà perdendo tempo!
http://www.youtube.com/user/sh.....aria4egypt
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