
Netanyahu e Mubarak (Credits: Epa Photo Afp/Mohammed Al-Sihti)
Se c’è una cosa di cui lo Stato di Israele va fiero è di “essere l’unica democrazia in Medio Oriente.” Dimentichiamo per un secondo Cipro (che dopotutto fa parte dell’Eurozona) e la Turchia (che un tempo in Europa ci voleva entrare), e concentriamoci su una domanda: se davvero la democrazia è tanto un valore per il Medio Oriente, allora perché il governo israeliano è così comprensivo nei confronti del regime di Hosni Mubarak?
La risposta la sappiamo: autocrazia o meno, l’Egitto è il principale alleato di Israele nella regione mediorientale, specie da quando gli ex amici turchi hanno voltato le spalle a Gerusalemme. Beninteso, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha fatto il possibile, e a fatica, per non sbilanciarsi troppo. Ma secondo indiscrezioni diplomatiche riportate dal Daily Telegraph, il governo di Netanyahu starebbe tentando di convincere gli americani che la cosa migliore per tutti sarebbe una transizione interna al regime. Insomma un passaggio di poteri a favore dell’attuale presidente Omar Suleiman.
Ora, non mi sembra il momento di mettersi a fare i moralisti. Israele evidentemente ha delle buone ragioni per tenere ai suoi interessi (un Egitto stabile e amico) più di quanto non tenga ai suoi principi (un Medio Oriente democratico). Ognuno è libero di giudicare come meglio crede.
Netanyahu è comprensibilmente preoccupato dalla prospettiva di un Egitto governato dai Fratelli Musulmani, i cugini di Hamas che rappresentano una delle forze di opposizione principali, se non la forza di opposizione principale, del Paese. E anche qui non sta a me giudicare.
Il problema è un altro: probabilmente contro le sue stesse intenzioni, Netanyahu è finito per sbilanciarsi, per apparire “uno degli amici di Mubarak” proprio mentre Mubarak sta affondando. Pessima mossa. Perché, che gli piaccia o meno, presto il primo ministro israeliano potrebbe trovarsi costretto a trattare con un Egitto diverso, libero dal regime di Mubarak. Certo, nel caso i Fratelli Musulmani prendessero il potere il margine di manovra sarebbe comunque minimo. Ma supponiamo che al Cairo si insedi un governo di ampia coalizione, in cui i Fratelli Musulmani rappresentino solo una delle forze: allora Netanyahu potrebbe tentare un dialogo, ma certo la fama di “amico di Mubarak” non aiuterebbe.
In conclusione, la situazione per Israele è estremamente delicata. Ma se non altro vedo che molti israeliani, forti del proverbiale yiddish humour, la prendono con ironia. Su Twitter circola una frase molto divertente: “Caro Egitto, per favore non distruggere le Piramidi, perché noi non le ricostruiremo. Cordiali saluti, il popolo ebraico“
Per leggere qualche altra frase, più o meno divertente, ma comunque esplicativa della situazione egiziana, cliccate qui.
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Anna Momigliano è una scrittrice e giornalista milanese. Ha scritto reportage da Israele, Libano e altri Paesi mediorientali. Per Marsilio ha pubblicato Karma Kosher
- Giovedì 10 Febbraio 2011

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Commenti
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Il 11 Febbraio 2011 alle 14:17 pierpaolo ha scritto:
Presto il primo ministro israeliano potrebbe trovarsi costretto a trattare con un Egitto diverso, libero dal regime di Mubarak. Certamente, come è altrettanto certo che quel primo ministo non sarà Bibi Netanyahu.
Ormai è superato dagli eventi.
Il 11 Febbraio 2011 alle 18:11 e.fumagalli ha scritto:
Mubarak non è solo lo sostiene re Abdullah che a Obama ha detto, il 29 genneio: “Se non lo finanzi tu lo finanzio io che sono più ricco di te.” Israele è alleta all’Arabia Saudita? O che gli investimenti sauditi in Egitto siano più importanti. Non mi parehe che Abdullah sia tanto democratico e la sua stabiilità non è proprio l’ideale per gli egiziani e allora ben venganoi Fratelli Misulmani che non pare siano tanto feroci. Poi peri quattro gatti che democratici non lo sono affatto ma pure sottomessi alla religione delle tre pù antca, buonanotte al secchio se si ba ascolto ad una sbarbina.
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