
(Credits: Ansa/Abedin Taherkenareh)
A Teheran e nelle altre città iraniane è tornata la calma dopo le manifestazioni di solidarietà nei confronti di tunisini ed egiziani e di protesta verso i vertici della Repubblica islamica. Pur agli arresti domiciliari, e non in testa ai cortei, i leader dell’opposizione Karrubi e Mousavi sono stati presi di mira dai deputati conservatori, che hanno invitato i giudici a condannarli a morte per aver fomentato i disordini ed essere “corrotti sulla Terra”, un capo di imputazione che comporta la pena capitale ed è rivolto ai dissidenti politici.
Esponenti di punta del movimento verde riapparso dopo 14 mesi di silenzio, Karrubi e Mussavi sono stati accusati di partecipare a un complotto occidentale volto a rovesciare il sistema islamico. I vertici iraniani puntano il dito contro l’Occidente e, in una trasmissione sulla radio di stato, il presidente del parlamento Ali Larijani ha accusato Washington e i suoi alleati di appoggiare l’opposizione: “Il principale obiettivo degli americani era replicare in Iran i recenti eventi occorsi in Medio Oriente, per distogliere l’attenzione da quei Paesi”. E, in una lunga intervista televisiva, il presidente Ahmadinejad ha affermato che i “nemici” che hanno organizzato le manifestazioni dell’opposizione falliranno nella loro campagna contro il governo.
Dopo le dichiarazioni del segretario di stato americano Hillary Clinton, che ha espresso sostegno all’opposizione iraniana e intimato alle autorità di non ricorrere alla violenza, ieri si è pronunciato anche Barack Obama. Il presidente statunitense ha definito “ironica” la situazione in Iran, dove il governo “celebra” le proteste egiziane e si rifiuta di consentire proteste analoghe nelle strade delle sue città. Ha auspicato che come in Egitto gli iraniani trovino il coraggio per continuare a protestare, anche se per gli iraniani è più difficile perché, mentre l’esercito egiziano si è comportato in modo lodevole, le autorità di Teheran hanno risposto con la violenza.
Intanto, i Paesi arabi sono ancora in ebollizione. Nello Yemen proseguono le proteste per il quinto giorno consecutivo. E ieri in Bahrein - un piccolo paese del Golfo con solo 800 mila abitanti ma base della quinta flotta statunitense - il sovrano sunnita Hamad bin Issa Al Khalifa, che regna su una maggioranza sciita, ha fatto le condoglianze in televisione alle famiglie dei due dimostranti uccisi negli scontri e dichiarato che aprirà un’inchiesta.
Poco dopo l’apparizione televisiva, seimila persone si sono riunite nella piazza principale della capitale Manama, mentre le forze dell’ordine (per lo più stranieri al soldo del sovrano che non esitano a usare la mano pesante) osservavano senza intervenire.
I leader del mondo arabo hanno intuito di non essere invincibili. Sanno di non avere scelta: potranno sopravvivere nella misura in cui faranno concessioni politiche ed economiche. Proprio in Bahrein, pochi giorni prima della giornata della rabbia del 14 febbraio il re ha elargito l’equivalente di 2.000 euro a famiglia. E lo stesso è successo in Libia: in via preventiva e in attesa della giornata della collera prevista per domani, il colonnello Gheddafi ha stanziato quasi 18 miliardi di euro per investimenti destinati soprattutto alla costruzione di nuovi alloggi per la popolazione.
Da come stanno andando le cose, l’impressione è che gli arabi non siano disposti a barattare la partecipazione politica per un pugno di petrodollari. Nessun regime mediorientale è immune al contagio. L’uscita di scena del tunisino Ben Ali e dell’egiziano Mubarak ha incoraggiato le società civili in altri paesi della regione.
Anche in Arabia Saudita, dove sono in tanti a lamentarsi della disoccupazione e di un sistema educativo concentrato sulla religione, a scapito delle materie scientifiche. Se necessario per restare al potere, sovrani e presidenti sarebbero disposti a reprimere il dissenso. Per evitare che accada, nel discorso di ieri Obama ha aggiunto: “In queste regioni il vero cambiamento non è destinato ad avvenire attraverso il terrorismo” ma grazie a “quanto avvenuto in Tunisia e in Egitto i governi della regione stanno cominciando a capire“. A buon intenditore, poche parole.
- Mercoledì 16 Febbraio 2011

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