
(Credits: Ansa/Khaled El Fiqi)
Cresce la tensione in Libia nel “giorno della rabbia”. Dopo gli scontri a Bengasi, Muammar Gheddafi sente il suo trono vacillare sotto i colpi dell’effetto domino che sta attraversando i Paesi dell’intera regione, e che ha avuto inizio con la “rivoluzione dei gelsomini” in Tunisia, passando per Algeria, Giordania, Siria, Egitto, Yemen e Bahrein.
I libici sono signori e padroni della Jamahiriya, ovvero della repubblica del Popolo con capitale Tripoli. E’ questa la definizione che Gheddafi ama dare del sistema politico libico. Peccato che il Colonnello in realtà passi sopra il fatto che le leve del potere sono tutte nelle sue mani e in quelle del suo clan. Muammar Gheddafi è il più “longevo” tra i leader africani, in carica dal 1969. Ma adesso, il suo regime trema sotto i colpi delle rivolte popolari che stanno scuotendo l’intera area mediorientale.
Secondo le testimonianze da Bengasi, negli scontri tra martedì e mercoledì ci sarebbero stati 38 feriti e testimoni raccontano di aver visto la polizia intervenire, sparando sui manifestanti. Sarebbero invece nove i morti (13 secondo alcune fonti), nella città orientale di Al Beida, ma la notizia non è stata confermata ufficialmente. Mentre è certo che le autorità di Tripoli hanno liberato 110 detenuti, appartenenti al Gruppo islamico combattente libico (Gicl). Anche in Libia le opposizioni si stanno organizzando contro il ràis e, proprio come in Tunisia, Egitto, Yemen e Bahrein, la protesta corre veloce sul filo telematico di Twitter e Facebook e i giovani blogger animano le “giornate della rabbia”.

(Credits: Epa/Sabri Elmhedwi)
Ma “la Libia non è come l’Egitto“. Una fonte governativa da Tripoli, che chiede di restare anonima perché non autorizzata a parlare, ha dichiarato alla Cnn che “Non c’è nulla di serio” nelle proteste in Libia, aggiungendo che “Sono solo giovani che si scontrano gli uni con gli altri”. In piazza, a sostegno di questa teoria, anche i fedelissimi del Colonnello, che si sono scontrati con i suoi oppositori. Insomma, una sorta di regolamento di conti tra bande e non già un movimento politico che mira a detronizzare il dittatore. Eppure, dall’esilio i leader dell’opposizione raccontano una storia differente. Hadi Shalluf, a capo del movimento “Giustizia e libertà per la Libia”, in una telefonata dall’Olanda con Euronews fa la lista degli obiettivi del movimento anti-Gheddafi.

(Credits: Ap Foto/Amr Nabil)
Prima di tutto la caduta del regime e una coalizione di governo che traghetti il Paese verso nuove elezioni legislative, una nuova Costituzione e, ultima ma egualmente rilevante, la punizione degli uomini al potere che si sono macchiati di crimini e corruzione. A questo proposito, Shalluf ricorda che dal 1969 sono spariti dalle casse libiche circa 1.550 miliardi di dollari di risorse pubbliche. Non si sa dove sia andata a finire questa montagna di soldi, anche se in molti hanno dei (fondati) sospetti. E adesso gli oppositori del Colonnello ne chiedono la restituzione.
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Anna Mazzone è giornalista, vive a Roma ma sogna di trasferirsi a Istanbul. E’ direttore della rivista Formiche e collabora con il quotidiano Il Riformista, per il quale scrive di Giappone, Turchia e sud del Caucaso.
- Giovedì 17 Febbraio 2011


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Il 17 Febbraio 2011 alle 14:06 Tweets that mention Libia, adesso il Colonnello ha paura di fare la fine di Mubarak - Mondo - Panorama.it -- Topsy.com ha scritto:
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