
(Credits: Ansa/Filippo Monteforte)
In anticipo rispetto alla giornata della collera proclamata per oggi, l’onda lunga del risentimento lambisce anche le coste libiche. Nella notte tra martedì e mercoledì, centinaia di persone armate di bombe incendiarie e pietre hanno dato alle fiamme delle auto, scontrandosi con la polizia e i sostenitori del governo. I protagonisti di questo raro episodio di ribellione - in cui sono rimaste ferite 38 persone (per lo più agenti di polizia secondo l’edizione online del quotidiano Quryna) e, secondo i due siti Libya al Youm e Al Manara basati all’estero, ci sarebbero anche uno o due morti - sono stati gli abitanti di Bengasi.
A mille chilometri da Tripoli, la seconda città della Libia ha 670mila abitanti ed è situata nella turbolenta Cirenaica, animata dalla tradizione senussita legata al sovrano Idris, rovesciato da Gheddafi nel colpo di stato del 1969. A Bengasi vivono inoltre molti dei parenti dei mille prigionieri uccisi nel 1996 dalle forze di sicurezza nel carcere Abu Salim. E a scatenare le proteste sarebbe stato proprio l’arresto di Fathi Terbil, l’avvocato che rappresenta i famigliari dei prigionieri morti.
In previsione della giornata della collera, il regime ha rilasciato 110 detenuti, in prigione con l’accusa di far parte del Gruppo combattente islamico libico. I prigionieri sono gli ultimi membri della formazione militante (illegale) ancora in carcere. Con il loro rilascio sale a 250 il numero dei prigionieri liberati da marzo per aver “rinunciato alla violenza”. Secondo il principe Idris, nipote del sovrano deposto, “Gheddafi li ha rilasciati per creare il caos, spaventare l’Occidente con lo spettro del fondamentalismo e pretendere ulteriori aiuti”.
Quale affluenza ci sarà alla giornata della collera organizzata attraverso Facebook e Twitter? I libici sono 6,5 milioni distribuiti su un vasto territorio e hanno un reddito medio pro-capite di 12mila dollari l’anno. Molti hanno un impiego pubblico, in polizia e nei servizi segreti, e dispongono dei generi di prima necessità a prezzi calmierati. Fino a poco tempo fa avevano anche la casa gratuita e, in previsione del contagio delle proteste arabe, a fine gennaio Gheddafi ha investito nella costruzione di 300mila appartamenti. La corruzione ha però intralciato le riforme e molti si chiedono dove siano finiti gli introiti del petrolio.
Per quanto tempo i libici saranno ancora disposti a barattare la partecipazione politica per un relativo benessere? Secondo il principe Idris, “Gheddafi non può fermare il cambiamento, se si mette lui al timone ci saranno minori spargimenti di sangue. Ma non è detto che sia disposto a rinunciare al pugno di ferro”. Se in politica estera ha rinunciato alle armi di distruzioni di massa e migliorato le relazioni con l’Occidente, sul fronte interno la repressione continua. Chi vive in Libia è estremamente cauto. E lo è anche chi, vivendo nella diaspora, torna occasionalmente.
Lo scrittore Idris al-Mesmari è stato arrestato dopo un collegamento telefonico con al-Jazeera. E dalla sua residenza svizzera Ibrahim al-Koni – autore dei romanzi Pietra di sangue e Polvere d’oro, risponde categorico Keine interview.
Non è detto che le proteste riescano a contaminare il regno di Gheddafi, il più anziano leader arabo ancora al potere. Il suo tallone d’Achille è la successione. Chi colmerà il vuoto? I radicali islamici sono stati repressi senza pietà e il colonnello ha plasmato la religione a suo piacimento, istituendo persino un calendario che non parte dall’egira ma dalla morte di Maometto.
I movimenti islamici risorgono in fretta e l’Occidente avrebbe interesse a sostenere le società civili. In Libia come in Bahrein e in Yemen, dove la protesta continua. Nella città portuale di Aden, la polizia yemenita ha aperto il fuoco e ucciso almeno due manifestanti. Senza dimenticare l’Iran, dove i funerali di una delle vittime dei disordini di lunedì sono stati pretesto di altri scontri.
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Farian Sabahi, docente presso l’Università di Torino e giornalista specializzata, scrive per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con alcune radio locali e straniere.
- Giovedì 17 Febbraio 2011

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Commenti
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Il 17 Febbraio 2011 alle 18:52 anna.one ha scritto:
..un altro puppet degli USA che se ne andrà in esilio..oh … wait…
:)
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