
(Credits: Epa/Atef Safadi)
Il Medio Oriente brucia, le piazze arabe insorgono contro raìs e colonnelli corrotti al potere da troppo decenni, e in Palestina che cosa succede? Fatah, lo storico partito-milizia di Yasser Arafat che governa l’Autorità nazionale palestinese da quando è stata creata, si sta arroccando. Solo così, almeno questa è la mia opinione, si spiega la richiesta delle dimissioni del premier Salam Fayyad recentemente avanzata da un gruppo di esponenti di Fatah.
Mi spiego, da circa un decennio a questa parte, Fatah ha un problema di immagine: è vista da molti palestinesi, e a ragione, come una leadership vecchia e corrotta. Questo (ma non solo) ha permesso tra l’altro l’ascesa di Hamas, la milizia islamica che controlla di fatto la Striscia di Gaza.
Poi è arrivato Salam Fayyad, il primo ministro indipendente nominato da Abu Mazen, un po’ per fare contenta la comunità internazionale, un po’ per combattere la corruzione dilagante, e un po’ per cominciare (finalmente!) a costruire un embrione di Stato palestinese come si deve. Partendo dalle infrastrutture, non dalla politica, né dalle milizie e dall’esercito come invece usava nel mondo arabo vecchia maniera.
Dal canto suo Fayyad, ex economista della Banca Mondiale, si è rimboccato le maniche, lavorando sulla creazione di istituzioni e di infrastrutture, sulla lotta alla corruzione, sull’educazione e sulla formazione del know how necessario alla creazione di posti di lavoro, sull’economia e in particolare sull’attrazione di capitali stranieri. In altre parole, su tutto quello che viene normalmente catalogato nell’insieme di nation building.
Per questo si è meritato il soprannome del Ben Gurion della Palestina, perché in sostanza lui sta cercando di fare quello che David Ben Gurion, padre fondatore di Israele, fece negli anni Trenta e Quaranta: ossia costruire una nazione autonoma e funzionante prima di dichiarare la nascita di uno Stato.
Fayyad può piacere o non piacere. Alcuni nel mondo musulmano lo considerano troppo filo-occidentale. Però una cosa è certa: non è il classico raìs corrotto e attaccato alla poltrona da decenni. Lo stesso non si può dire dei molti membri di Fatah che adesso vorrebbero farlo fuori.
Carissimi dirigenti di Fatah, accettate un consiglio: guardate quello che è successo in Libia e in Algeria, quello che sta succedendo in Giordania e Yemen. Non è davvero questo il momento di arroccarsi su una leadership vecchia e polverosa.
—
Anna Momigliano è una scrittrice e giornalista milanese. Ha scritto reportage da Israele, Libano e altri Paesi mediorientali. Per Marsilio ha pubblicato Karma Kosher
- Venerdì 4 Marzo 2011

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Commenti
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Il 4 Marzo 2011 alle 23:49 pasalaam ha scritto:
Parole sante, pero’ bisogna tener conto delle aspirazioni e delle capacità arabe. Ora, si dà il caso che piantar patate sia meno glorioso, più faticoso e meno remunerato che piantar casini.
Convincere a lavorare una popolazione che ha vissuto per decenni di scorribande e pagliacciate, lautamente remunerate dalla comunità internazionale, non é impresa facile.
Quì stà il problema e nessun leader palestinese pronto a rischiare la pelle per annunciarlo al valoroso popolo rivoluzionario.
Vorrei proprio vedere la faccia di Fayad che annuncia al rivoluzionario di turno che deve mollare il moschetto e prendere la pala per guadagnare, con il sudore della fronte cinquanta dollari al mese.
Non sarà che nella sua grande sete di libertà mi censura di nuovo?
Il 5 Marzo 2011 alle 19:52 indigesto ha scritto:
Ma, cara anna.momigliano, se una classe politica vive di corruzione, come pensa che possa accettare “corpi estranei” con altre percezioni del potere? La storia è piena di questi “rigetti”, anche quella recente! In molti desiderano che (finalmente) si vada verso la costituzione di uno stato palestinese, ma, guarda caso, i meno convinti sono proprio i politici palestinesi che da queste situazioni di sicuro guadagnano! Sono state “vendute” intere nazioni per molto meno, basta convincersene!
Il 7 Marzo 2011 alle 12:37 annamomigliano ha scritto:
caro Indigesto, capisco le sue obiezioni,
ma qui il paradosso (così almeno mi pare) non è tanto che la dirigenza palestinese resista al cambiamento (sai che novità…) quando che non capisca che il cambiamento adesso, in questo contesto arabo, è INEVITABILE.
caro Psalaam, probabilmente anche lei ha ragione.
Ma il punto è che la piazza araba si sta finalmente rendendo conto che, per usare un’espressione sua, “piantare patate” è più utile che “piantare grane”. E se i dirigenti non capiscono che la percezione della gente sta cambiando… beh, sono fritti!
Il 7 Marzo 2011 alle 22:10 indigesto ha scritto:
Non posso non replicare molto brevemente, cara Dottoressa. Siamo in un contesto arabo di pace fittizia. Oltre le ragioni di comodo già dette ritengo il condizionamento di Hamas tuttora in crescita; la lotta a Fayad ne è senz’altro un sintomo. Aggiungo che alcuni paesi islamici, in piena “turbolenza”, non vogliono una Palestina laboriosa e pacificata. Essa resta sempre un valido pretesto per una dissennata politica antisraeliana, purtroppo.
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