
(Credits: LaPresse)
Ormai è diventata un’abitudine: nessuno straniero può permettersi di avventurarsi in Tibet da marzo in avanti, e ogni hanno cambia la data relativa alla scadenza del divieto. Nel 2009 è durato fino a ottobre, perché bisognava “evitare incidenti in vista del sessantesimo anniversario della Repubblica popolare” -e, allo stesso tempo, non dare troppa visibilità alle manifestazioni violente represse con altrettanta forza all’interno. Nel 2010 i confini sono rimasti bloccati fino all’inizio di aprile “per motivi di sicurezza“. Anche quest’anno questa consuetudine non verrà interrotta, anzi, probabilmente saranno le agenzie turistiche stesse a cancellare questa regione dalle mete possibili per un viaggio all’inizio della primavera.
Ma cosa potrebbe succedere di così pericoloso in Tibet nei prossimi giorni? Probabilnete niente, ma visto che il capo del Partito Comunista Cinese del Tibet, Zhang Qingli, ha recentemente sostenuto che ”il separatismo costituisce ancora una seria sfida nel territorio”, è lecito immaginare che Pechino abbia chiesto ai dirigenti locali di sfruttare forze dell’ordine e militari per garantire alla regione la massima sicurezza a ridosso del “pericoloso” anniversario del 18 marzo 1959, anno in cui il Dalai Lama fu costretto a fuggire dal paese. Una ricorrenza già festeggiata “nel sangue” nel 2008, quando una rivolta iniziata nella capitale Lhasa e allargatasi poi ad altre aree a popolazione tibetana della Cina ha causato la morte di una ventina di persone, secondo la versione del governo cinese, 200 in base alle stime dei gruppi tibetani in esilio.
Ufficialmente, però, il Tibet è stato chiuso perché caratterizzato nel mese di marzo da “temperature troppo rigide che difficilmente i turisti sono in grado di sopportare, quindi meglio proteggere la loro salute invitandoli a visitare le nostre bellissime terre in un altro periodo dell’anno”, ha precisato Zhang Qingli. Nel paese ci sono in tutto un migliaio di hotel, e solo 165 hanno l’abilitazione ad ospitare turisti stranieri”, ha continuato il segretario del Partito locale. “In questo periodo sono già quasi tutti al completo per le celebrazioni del capodanno tibetano: sarebbe un disastro se gli stranieri si ritrovassero a dover elemosinare le poche stanze rimaste in strutture diverse, e nemmeno possiamo permetterci di far patire loro il freddo per strada”.
Come se dall’estero fosse possibile organizzare un viaggio in Tibet senza aver definito con largo anticipo l’intero itinerario, dettaglio dopo dettaglio…anche perché altrimenti non si ottiene il visto.
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Claudia Astarita è docente di Relazioni Internazionali dell’Asia Orientale presso l’Università di Bologna. Scrive approfondimenti sull’Asia per Panorama.it, Economy, Il Secolo XIX, East. Ha lavorato quattro anni come ricercatrice a New Delhi e Hong Kong. L’Oriente è la sua passione e coglie ogni occasione per tornare nei luoghi che ama.
- Martedì 8 Marzo 2011


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