
Il decollo di un C-17 (aereo da trasporto) canadese di stanza a Birgi (TP)oggi 20 marzo 2011.ANSA/CORRADO LANNINO
Il diario quotidiano (con video) del reporter di guerra Fausto Biloslavo. Secondo giorno di guerra: c’è anche l’Italia tra i Paesi che partecipano attivamente alle operazioni aeree contro il regime libico. Sei degli otto caccia bombardieri italiani Tornado messi a disposizione della coalizione internazionale sono partiti infatti alle 20 di oggi, domenica 20 marzo, alla volta della Libia, dall’aeroporto militare di Trapani-Birgi in concomitanza con l’entrata in vigore del «cessate il fuoco» annunciato da un portavoce militare libico. Intanto, si rincorre la voce della morte di Khamis Gheddafi, sotto i primi raid alleati sulla Libia. Ecco il resoconto dell’inviato.
TRIPOLI, 21 marzo 2010
TRIPOLI, 20 marzo 2010
TRIPOLI, 19 marzo 2011
TRIPOLI, 18 marzo 2011
Il ribelle prigioniero: «In Inghilterra raccoglievo fondi per i terroristi»
TRIPOLI , 15 marzo - “Il nostro obbiettivo era di rovesciare il regime in Libia” ammette Salah Mohammed Abu Oba. Dallo sguardo si capisce che ha paura. Indossa un paio di jeans e la giacca di una tuta nera con cappuccio. Porta la barba lunga ed in faccia non ha segni di maltrattamenti. Però si capisce lontano un miglio che deve aver passato momenti terribili nelle mani della polizia segreta di Gheddafi. Lo hanno preso ad Al Zawia, la città ribelle alle porte di Tripoli, che per prima è stata riconquistata dal regime. Salah fa parte del Gruppo islamico combattente, una fazione armata fondamentalista che ha aderito ad al Qaida. Lo fanno vedere davanti alle telecamere per dimostrare la tesi del colonnello: i ribelli sono in mano ai terroristi. Per questo motivo il suo racconto va preso con la dovuta cautela.
“Ho aderito al gruppo armato nel 1997 nello Yemen. Poi sono andato in Inghilterra chiedendo asilo politico” racconta il presunto terrorista. Classe 1967 viveva a Manchester con la moglie e quattro figli. Il suo compito era quello di raccogliere fondi grazie alle organizzazioni caritatevoli islamiche e le moschee. “Solo a Manchester i membri del Gruppo combattente, che conoscevo, erano una trentina” spiega il prigioniero di Gheddafi, che in Inghilterra ottenuto la citadinanza.
Nel 2010 torna in Libia grazie all’amnistia fortemente voluta da Seif el Islam, figlio di Gheddafi. Quando scoppia la rivolta occupa la piazza principale di Al Zawia e garantisce la logistica dei rivoltosi. “Facevo arrivare medicine, mappe, cibo e soprattutto aiutavo i combattenti, che arrivavano dall’Inghilterra a raggiungere la Libia attraverso la Tunisia” racconta con la voce ogni tanto tremante.
Lo hanno preso nella piazza di Al Zawia a rivolta soppressa e sembra che voglia pentirsi sperando di farla franca. Nella roccaforte di Bengasi era in contatto con Jamil Abu Shala, un pezzo grosso del Gruppo combattente libico. Di guerriglieri stranieri ne ha sentito parlare, ma visto solo uno di cittadinanza egiziana. Conferma che non tutti i ribelli sono legati a gruppi estremisti e giura “che i numeri dei morti ad Al Zawia (200-300 in un giorno nda), compresa la storia dei bombardamenti aerei erano un’invenzione”.
Così ho intervistato Gheddafi: un giornalista nella tana del Lupo

Fausto Biloslavo, tra i pochi giornalisti del mondo ad aver intervistato Gheddafi durante la crisi libica
TRIPOLI , 13 marzo - La tana del lupo è una cittadella fortificata nel centro della capitale libica. Bab al Azizia, la caserma-residenza di Muammar Gheddafi è inavvicinabile. Dall’esterno si vede solo il primo, possente, muro di cinta, con una sfilza di feritoie e massicce torrette in cemento armato. I reparti speciali di guardia sono insaccati nei giubbotti antiproiettile, elmetto e mimetica da deserto, che li fa assomigliare ai marines. Il dito delle guardie è sempre sul grilletto. Anche se il “leader”, come lo chiamano i sostenitori, ti ha fissato un’intervista esclusiva devi passare ai raggi X una serie di posti di controllo per ogni cinta di mura concentriche che difendono l’incolumità del colonnello. Telefoni e passaporto restano all’ingresso.
Se qualcuno riuscisse a superare le barriere di cemento si troverebbe dall’altra parte una trappola di uncini e reticolati, che rendono impossibile saltare giù e avvicinarsi al cuore di Bab al Azizia, dove vive Gheddafi.
Gli ospiti attendono in un edificio semi nascosto con numerose e riservate sale d’aspetto. L’ingresso di ogni sala ricorda i palazzi da Mille e una notte, anche se con un tocco spartano. Per l’intervista a Gheddafi, che esce oggi in versione integrale su Il Giornale, ho aspettato quattro ore. Ogni tanto arrivava un gentile inserviente con deliziosi bicchierini di tè alla menta.
La prima volta che sono stato a Bab al Azizya era ridotta in macerie dai bombardamenti americani del 1986. Sui resti della residenza di Gheddafi, la sua consorte in stampelle, inveiva davanti alle telecamere contro gli Stati Uniti di Ronald Reagan. A tracolla aveva la piccola Aisha, che oggi è diventata una bionda slanciata e fa l’avvocato. La figlia del colonnello ha partecipato al collegio di difesa di Saddam Hussein.
La cittadella fortificata cambia volto quando si supera l’ultimo controllo ed un enorme portone scorrevole in acciaio. Il rumore del caotico traffico di Tripoli scompare. Il parco-giardino del colonnello non è molto curato, ma l’erba verde si mescola alle palme. Per un attimo ho pensato di essere in Svizzera quando mi sono accorto che una mucca pezzata pascolava tranquillamente.
In mezzo al prato hanno montato la storica tenda da beduini di 30 metri per 15. L’interno è rigorosamente verde con tappeti rossi per terra e divani bassi lungo tutti i lati. L’unico tocco di modernità sono i condizionatori d’aria ed un televisore al plasma.
Il colonnello arriva al volante della sua incredibile macchinetta elettrica per i campi da golf. In abiti e turbante tradizionale color terra è molto più “umano” visto da vicino. Nell’intervista ne spara di tutti i colori: i ribelli devono arrendersi o moriranno, il presidente francese Nicolas Sarkozy è matto se vuole bombardare la Libia, il presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi lo ha tradito e se l’Occidente lo mette con le spalle al muro, si allea con al Qaida lanciando la guerra santa.
Parla in arabo, ma capisce il senso delle domande in inglese che l’interprete raramente traduce. Quando gli chiedo se teme di morire o di fare la fine di Saddam Hussein, ridacchia.
Nella città riconquistata dai gheddafiani
RAS LANUF, 12 marzo 2011 - Nel cielo sopra il golfo della Sirte l’enorme serpente di fumo è un nero filo d’Arianna, che ci porta verso la prima linea di Ras Lanuf. La cittadella petrolifera, a sud ovest di Bengasi, è stata riconquistata, dopo dieci giorni di furiose battaglie, dalle truppe fedeli al colonnello Gheddafi. Siamo i primi giornalisti occidentali ad entrare a Ras Lanuf sorpassando contraeree dei ribelli carbonizzate e una camionetta trasformata in un groviglio di lamiere da una cannonata.
All’ingresso della città ci sono ancora i resti dei bivacchi dei rivoltosi: materassi, coperte, cassette di munizioni scoperchiate e razzi anti carro abbandonati. I soldati in uniforme verde oliva del regime esultano appena vedono i giornalisti. E scatta il solito slogan: “Allah, Muammar (Gheddafi), la Libia e basta”. La cittadella petrolifera è completamente deserta. La soldataglia ci porta all’ospedale, che è stato saccheggiato. Seguo le tracce di una lunga scia di sangue fino alle corsie, ma nelle stanze buttate all’aria non c’è un solo ferito. O i ribelli li hanno evacuati in tutta fretta davanti all’avanzata governativa, oppure sono sparirti nel nulla. “I banditi volevano prendersi il petrolio, ma alla fine Ras Lanuf è stata liberata. Gli abbiamo tagliato le mani” tuona Ibrahim al Machel, un volontario di 30 anni che imbraccia il kalashnikov per salvare il regime di Gheddafi. I soldati del colonnello ci scortano fino all’ingresso della raffineria che brucia. Una grande cisterna di diesel sprigiona alte lingue di fuoco. Il fumo denso e nero si alza verso il cielo e prosegue per chilometri, in direzione ovest, sospinto dal vento. Probabilmente i ribelli sono annidati nell’estremo lembo orientale di Ras Lanuf, ma i pretoriani di Gheddafi avanzano. Mahdi, un giovane miliziano di Gheddafi in mimetica da deserto, turbante e giubbotto antiproiettile spera di arrivare a Bengasi, la roccaforte dei ribelli. Prega Allah per la vittoria finale, davanti alla raffineria di Ras Lanuf, che continua a bruciare come tutta la Libia.
12 marzo: La raffineria di Ras Lanuf in fiamme
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«Arrestati dagli uomini di Gheddafi che ci hanno requisito tutto il materiale. A noi giornalisti ci hanno rilasciato subito, mentre l’autista che ci stava portando in un’ex roccaforte ribelle è stato portato via». Ad Al Zawiah, città ribelle vicina a Tripoli riconquistata da Gheddafi, il reporter ha visto la distruzione della moschea, la devastazione della piazza dei Martiri, dove fino a ieri i giovani che avevano preso la città si rifugiavano e si facevano curare. La Libia corre ormai verso la guerra civile. E il Colonnello Gheddafi recupera sul terreno quei territori che erano caduti nelle mani dei rivoluzionari. Esclusivo: le immagini della città distrutta dai tank del regime.
11 marzo: Ho visto coi miei occhi la distruzione di Zawiah
Ascolta la testimonianza del 11 marzo 2011: Arrestati questa mattina dagli sgherri di Gheddafi
Ascolta la testimonianza audio del 10 marzo 2011 : Zaiwa è stata riconquistata
Saif Gheddafi minaccia anche l’Italia e la Francia per aver inviato le sue navi da guerra ascolta l’audio
Ascolta la testimonianza audio del 9 marzo 2011
Ascolta la testimonianza audio dell’8 marzo 2011
Leggi le altre puntate del suo diario di guerra e guarda gli altri video interventi su Skype
- Lunedì 21 Marzo 2011

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