
Muammar Gheddafi durante una visita in Italia (Credits: Ansa/Ettore Ferrari)
“Se non fossimo intervenuti militarmente le truppe di Gheddafi sarebbero entrate a Bengasi e avrebbero fatto un massacro che gli arabi avrebbero rinfacciato a noi occidentali“, osserva il politologo - ed editorialista di Le Monde - francese Olivier Roy.
Nei giorni giorni scorsi lo studioso aveva sostenuto una tesi secondo la quale i giovani arabi scesi in piazza appartengono a una generazione post-islamista: si sono lasciati alle spalle le vecchie ideologie per passare a slogan concreti che esprimono il rifiuto delle dittature corrotte e la richiesta di diritti. Questo non vuol dire che i manifestanti siano laici, ma che non vedono nell’Islam la soluzione per un mondo migliore. E quindi i Fratelli musulmani “non saranno in grado di prendere le redini dell’Egitto, anche se potranno avere un ruolo alleandosi ai conservatori legati al regime precedente”.
Secondo Roy, ad aver fatto il suo tempo è anche il panarabismo, a cui è subentrato “uno spazio di rappresentazione mediatica dove domina il mimetismo: gli arabi si guardano l’un l’altro, come in uno specchio: la cacciata del tunisino Ben Ali ha affascinato altri arabi e ha scatenato ulteriori rivolte”.
Nel caso della Libia, “Gheddafi ha litigato con quasi tutti i dirigenti mediorientali, che non vedono l’ora che se ne vada. Anche se, di fronte all’attacco militare, la Lega araba è in imbarazzo per due motivi: non può legittimare un’operazione che ricorda l’intervento americano in Iraq del 2003, e non vuole che l’opposizione prenda il potere con le armi, con una sollevazione popolare che potrebbe essere presa d’esempio”.
L’imbarazzo è condiviso dall’Unione Africana: “Diversi Paesi sono stati finanziati da Gheddafi, e ora temono la vittoria dell’opposizione libica che potrebbe ispirare le regioni africane in subbuglio”.
L’esito libico è incerto e Roy individua due scenari. Se Gheddafi resiste più del previsto, ci ritroveremo “come in Iraq negli anni Ottanta, con la prospettiva di una partizione del Paese”. Sarebbe invece auspicabile che “l’opposizione fosse sufficientemente organizzata e forte per marciare su Tripoli e prendere il potere. Per ora non è certo se l’opposizione sarà in grado di uscire dal suo feudo in Cirenaica, non è chiaro il sostegno di cui Gheddafi gode ancora nella regione di Tripoli, e non sappiamo nemmeno se è in corso una guerra civile o se questo è il colpo di coda di un dittatore“.
Il politologo francese comprende le incertezze dell’Italia, che assolve buttandola sul ridere: “Sdoganare il colonnello è stato un errore, ma il premier Berlusconi non è il solo leader europeo ad avere baciato la mano a Gheddafi!”.
L’Italia ha tutto l’interesse a una soluzione rapida, per motivi legati non solo all’approvvigionamento energetico ma anche alla sicurezza e all’immigrazione: “Gheddafi non ha simpatizzanti né legami con i gruppi terroristici transnazionali, il solo pericolo è che paghi qualcuno per far scoppiare una bomba”.
Per quanto riguarda l’immigrazione, “a voler venire in Europa sono gli abitanti dell’Africa nera, ormai l’ondata migratoria maghrebina si è esaurita e coloro che arrivano a Lampedusa sono solo in transito”.
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Farian Sabahi, docente presso l’Università di Torino e giornalista specializzata, scrive per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con alcune radio locali e straniere
- Martedì 22 Marzo 2011

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Commenti
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Il 22 Marzo 2011 alle 18:12 yahuwah ha scritto:
Lo scopo dichiarato del bombardamento era di stabilire una no-fly zone e di proteggere le forze dei ribelli libici sponsorizzati dalla CIA, composte della Fratellanza musulmana, da elementi del governo libico fra cui frange dell’esercito sovvertite dalla CIA (tra cui spiccano per esempio figure sinistre come l’ex Ministro della Giustizia Mustafa Abdel-Jalil e l’ex ministro degli Interni Fattah Younis), e le tribù monarchiche dei Senussi, che tengono in pugno le città di Bengasi e Tobruk. Ma a due ultimatum congiunti, presentati venerdì dal Presidente Obama e dal premier britannico Cameron, oltre a un discorso del canadese Harper, hanno chiarito che l’obiettivo era la cacciata del colonnello Muammar Gheddafi e il cambio di regime (’regime change’) in questa nazione nordafricana produttrice di petrolio, la cui riserve accertate di greggio sono i più grandi del continente.
La propaganda angloamericana ritrae Gheddafi come un cleptocrate. In realtà, la Libia è uno fra i paesi in via di sviluppo più avanzati, è in cinquatatreesima posizione in quanto all’Indice di Sviluppo Umano delle Nazioni Unite, il che la rende la società più sviluppata in Africa. La Libia è passata davanti a Russia (65), Ucraina (69), Brasile (73), Venezuela (75) e Tunisia (81). Il tasso d’incarcerazione è il 61° nel mondo, inferiore a quello della Repubblica Ceca e di gran lunga inferiore a quello degli Stati Uniti, che sono i campioni. La longevità è aumentata di 20 anni sotto il governo di Gheddafi. Gheddafi, pur con le sue scelte oppressive nei confronti delle sfide politiche, ha condiviso i proventi del petrolio della nazione meglio rispetto al resto dei paesi dell’OPEC.
La resistenza burocratica degli Stati Uniti di fronte all’eccessivo salto in avanti imperialista (imperial overstretch) in una guerra contro la Libia, con altri tre conflitti in corso, potrebbe anche essere stata superata grazie all’attivazione di reti anglofile all’interno del governo degli Stati Uniti. Se così fosse, questo sarebbe la ripetizione di un modello presente già da molto tempo. Nel 1990, Margaret Thatcher affermò di aver effettuato un “impianto di spina dorsale” d’emergenza a George H. W. Bush, convincendolo a riprendersi il Kuwait occupato da Saddam Hussein. Nel 1999, Tony Blair premette per il bombardamento della Serbia e poi per un’invasione di terra; Clinton saggiamente rifiutò, per lo meno quest’ultima. Nel settembre 2001, Blair contribuì a convincere Bush il giovane a usare gli attacchi dell’Undici settembre come pretesti per attaccare l’Afghanistan.
Lo scopo di questo attacco, nel contesto della campagna di sommosse, colpi di Stato di palazzo, rivoluzioni colorate e insurrezioni del tipo “people power” fomentate dalla CIA nella primavera del 2011 è quello di paralizzare gli Stati clienti degli Stati Uniti al fine di impedire a tali Stati arabi di cercare soluzioni alternative attraverso alleanze con Russia, Cina, Iran e altri. L’offensiva della Cia prende la forma di un attacco allo stesso Stato-nazione. Nel 2008, la Serbia è stata partizionata. Quest’anno, il Sudan è stato diviso in due, mentre lo Yemen è sempre più probabile che abbia lo stesso destino. La risoluzione delle Nazioni Unite sulla Libia cita espressamente Bengasi, indicando il chiaro intento di partizionamento e balcanizzazione di questa nazione lungo una divisione est-ovest. Altri paesi possono aspettarsi un trattamento simile. È tempo di terminare questo ciclo distruttivo di rivoluzioni colorate prima che una di essi si trasformi in una guerra civile in un paese come la Bielorussia, dove uno scontro interno potrebbe facilmente trasformarsi in un conflitto su larga scala tra la Russia e la NATO.
Il 22 Marzo 2011 alle 22:22 indigesto ha scritto:
I tiranni sono sempre quelli facilmente aggredibili. Per gli altri c’è invece considerazione e rispetto. Gheddadi non è stato “sdoganato” da nessuno. Opportunità di confine e commerciali hanno consigliato solo una politica di buon vicinato. Forse proprio quella meno gradita a quei paesi che aspettavano l’occasione giusta per fare la loro guerra di “liberazione”. Ma noi a queste cose non diamo eccessivo peso. I nostri politicanti sono troppo impegnati col caso Ruby, insieme a certa stampa, nazionale ed estera. Come vede, gentile Professoressa, certi conti tornano!
Il 23 Marzo 2011 alle 16:47 anna.one ha scritto:
erto che la “CIA” é grande, non solo omnipresent ma onnipotente pensate, é riuscita tra l’altro, anche a realizzare la “cosa fantascientifica”: la no-fly zone sulla Libya!
p.s.:
http://www.ariannaeditrice.it/.....colo=37906
:)
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