
(Credits: Ansa/Vince Paolo Gerace)
Dal 2 maggio una delle comunità islamiche di Milano (un migliaio di fedeli) non avrà più un posto dove pregare, perché tra un mese il Palasharp verrà abbattuto. Al posto della tensostruttura (che in passato sì chiamò Mazda Palace e prima ancora Pala Tucker, Pala Vobis e Palatrussardi) nascerà un nuovo centro per Expo 2015.
Tanto per cambiare, le moschee suscitano dubbi e perplessità. A Milano come a Torino, dove ci si accinge a costruire una moschea, in mezzo a tante polemiche. Eppure, il capoluogo piemontese è da sempre caratterizzato dal pluralismo religioso, che lo scrittore Edmondo De Amicis descriveva con queste righe: “Via facendo, troverà alla sua destra il tempio valdese, e lì subito, per mò di dire, a due passi, la nuova chiesa cattolica innalza al cielo la punta del suo campanile di stile lombardesco. È una curiosa vicinanza, e quando proprio là dietro sarà innalzata la sinagoga degli israeliti non ci mancherà più che una cupola e una moschea nei pressi per dimostrare che in una città del dì d’oggi, a dispetto degli intolleranti, ognuno può adorar Dio a modo suo in santa pace, senza disturbi, e senza che nessun fulmine si pigli l’incomodo di cadere dalla volta azzurra del firmamento”.
Era la fine dell’Ottocento e l’immigrazione musulmana ancora non si palesava, per lo meno non nelle dimensioni dei nostri tempi, con 30.000 musulmani nel capoluogo piemontese. Nel frattempo la sinagoga è stata eretta, a due passi dal tempio valdese e da una chiesa cattolica. E la profezia di De Amicis si sta avverando: la moschea sta per essere costruita, tra mille polemiche: sono in tanti a non volerla, c’è chi insinua persino che i finanziamenti provenienti dal Marocco siano già finiti, nelle tasche di ignoti. Dopo il referendum svizzero per vietare i minareti, ancora una volta, l’Islam europeo è nel mirino.
Nel saggio La guerra delle moschee - pubblicato da Marsilio in collaborazione con Reset - il sociologo delle religioni Stefano Allievi affronta il difficile tema del pluralismo e dei conflitti religiosi in Europa. Tra atti vandalici e attacchi solo simbolici, le sfumature sono molte. Vi sono poi differenze da Paese a Paese, analizzate in modo esteso da diversi ricercatori nel valido saggio European Multiculturalism Revisited cui si rimanda per un approfondimento (a cura di Alessandro Silj, direttore di Ethnobarometer, Zed Books, Londra).
Nel caso del Regno Unito, spiega Allievi nel suo libro, i conflitti sono ridotti perché molte “sono in quartieri ad alta concentrazione di immigrati, abitati da una popolazione con scarsa capacità di negoziazione, in cui le moschee contribuiscono a migliorare l’immagine e la pulizia morale e materiale piuttosto che danneggiarla“.
Il dissenso organizzato sembra manifestarsi solo per progetti di notevole impatto e ostentati, in città piccole e meno caratterizzate etnicamente, dove imprenditori politici dell’islamofobia come il British National Party fanno da detonatore per i conflitti, mentre i partiti maggiori non si pronunciano perché cercano voti tra l’elettorato musulmano.
Dopo aver esaminato diversi casi, Allievi conclude che il conflitto è meno intenso e frequente laddove l’islam è istituzionalizzato e i musulmani godono di maggiori diritti, mentre è più forte dove sono presenti imprenditori politici dell’islamofobia come la Lega Nord e i partiti di estrema destra; con il passare degli anni, le nuove generazioni si integrano e l’islam perde la connotazione di estraneità, ma non è detto che i conflitti diminuiscano. Molto dipenderà infatti dai comportamenti dei musulmani, che dovrebbero evitare di “importare” imam privi di conoscenze, anche linguistiche, delle società europee in cui si trovano ad operare.
Altrimenti si incoraggia, ancora una volta, il separatismo tipico del multiculturalismo da cui hanno recentemente preso le distanze il premier britannico David Cameron e la cancelliera tedesca Angela Merkel. Anche se, commenta puntuale Allievi, “il multiculturalismo avrà anche fatto il suo tempo nel Regno Unito ma in Germania, fatta forse eccezione per Berlino, non c’è mai stato!”
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Farian Sabahi, docente presso l’Università di Torino e giornalista specializzata, scrive per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con alcune radio locali e straniere
- Mercoledì 6 Aprile 2011

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Commenti
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Il 6 Aprile 2011 alle 15:08 indigesto ha scritto:
Considerazioni giuste, gentile Professoressa, quelle degli oracoli citati. Si dimentica di dire che, per la maggior parte, sono i musulmani d’Europa che non accettano il “multiculturalismo” (in tema di religione, aggiungiamolo pure!). Non è il caso di dilungarsi, poi, su quanto lo accettino i musulmani dei paesi islamici. Intelligenti pauca! Saluti.
P.s. Ricordiamoci pure che questo, oltre ad essere il paese di De Amicis, è anche il paese di Collodi!
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