
(Credits: Ansa/NTV)
Il mistero sulla sorte di Doku Umarov si infittisce. La “primula rossa” caucasica, il terrorista a piede libero che popola di incubi le notti (e i giorni) di Vladimir Putin e Dmitri Medvedev potrebbe essere ancora vivo, nonostante sia stato dato per morto dopo un attacco anti-terroristico in Inguscezia.
L’ “Emiro del Caucaso“, come si è autoproclamato nel 2007, meglio conosciuto internazionalmente come il “Bin Laden ceceno“, potrebbe verosimilmente essere l’uomo che ha chiamato radio Svoboda per dire in diretta che è vivo e in ottima salute, smentendo di fatto le dichiarazioni dei servizi segreti moscoviti, che lo davano tra i 17 morti dell’attacco anti-terroristico sferrato nella regione dell’Inguscezia il 29 marzo scorso, giorno - per inciso - in cui la Russia celebrava l’anniversario delle vittime dei due attentati kamikaze alla metro di Mosca nel 2010.
E giorno in cui il presidente Dmitri Medvedev ha voluto mostrare i muscoli e provare ai terroristi che Mosca è disposta a tutto pur di annientarli. L’attacco in Inguscezia ha lasciato diciassette cadaveri sul terreno, ma finora non è stato identificato quello di Doku Umarov. Secondo gli esperti, la voce che per una manciata di secondi ha parlato via radio per provare l’esistenza in vita del terrorista è proprio quella dell’Emiro del Caucaso. Un pugno nello stomaco per Mosca, che sperava di aver fatto bingo, facendo sparire in un colpo solo Umarov e con lui sua moglie e i suoi più stretti compagni.

(Credits: Ansa/Sergey Doezhenko)
Non è la prima volta che Umarov viene dato per morto. L’ultima nel 2009, ma in seguito gli attacchi terroristici contro obiettivi russi rivendicati dalle truppe dell’Emiro del Caucaso hanno dimostrato che la “primula rossa” cecena può vantarsi di avere nove vite come i gatti. Il progetto di Umarov è chiaro e lineare: distruggere i russi, rendere indipendente la Cecenia e istituire nel Caucaso un Emirato retto dalla Sharia (la legge coranica). Con lui il terrorismo ceceno ha fatto un salto “di qualità”, abbandonando il sostrato etnico e radicalizzandosi in un humus religioso di matrice islamica. Insomma, Al Qaeda è sempre più vicina a Mosca, cosa che ha costretto molti ribelli a lasciare il movimento indipendentista, perché non in linea con la pulsione islamica dell’Emiro.
Doku Umarov ha velocemente scalato i gradini della rigida gerarchia del terrore ceceno sin dal 2005, quando fu ucciso il leader dei ribelli, Aslan Maskhadov, e a seguire, nel 2006, Khalim Saydullayev, predecessore dell’Emiro. Amico di Shamil Basayev, mente del massacro di Beslan nel 2006, minacciò in televisione la polizia e i militari russi dopo la sua uccisione, dichiarando che non si sarebbe fermato finché non fosse riuscito ad ucciderli tutti “come si fa con i ratti“. E la sua rabbia omicida fa proseliti nelle masse di disperati caucasici, che in lui (e nella Sharia) vedono un riscatto alla povertà, alla corruzione e alla cronica mancanza di lavoro che contraddistingue le terre caucasiche. Si calcola che il suo esercito di guerriglieri sia composto da più di mille uomini, tutti disposti a dare la vita per la causa dell’Emiro.

(Credits: Ansa Foto)
“E’ presto per poter dire che il leader della formazione terroristica cecena Umarov è rimasto uccisio nell’attacco in Inguscezia”, commentava qualche giorno fa Dmitri Babich, analista politico dell’agenzia di stampa Ria Novosti, “Ma non credo che in questo caso l’attività terroristica si fermerà, perché le sue radici sono molto più profonde degli intenti di una sola persona“, continuava Babich, identificando nelle “radici” dell’odio ceceno contro Mosca la corruzione dilangante in tutto il Caucaso del Nord, i tassi di disoccupazione stellari soprattutto tra i giovani e, infine, la matrice etnico-culturale del conflitto, che è da andare a ricercare nella notte dei tempi.
Insomma, una miscela esplosiva, resa ancora più pericolosa dall’infiltrazione dell’ideologia qaedista. Una polveriera con la quale i presidenti russi si sono di volta in volta confrontati. A cominciare da Boris Eltsin, che condusse la prima guerra di Cecenia tra il 1994 e il 1996, e passando per Vladimir Putin, che fece della soluzione della “questione cecena” il fiore all’occhiello della sua prima campagna elettorale per l’elezione a presidente. Oggi è la volta di Dmitri Medvedev, che - sulla scia dei suoi predecessori - ha recentemente annunciato un pacchetto “rinforzato” di misure anti-terrore, che dovrebbero scattare a breve.

(Credits: Ansa/Cremlino)
A scatenare ulteriormente la paura e l’ansia per una possibile escalation di attentati, il recente attacco all’aeroporto Domodedovo di Mosca, che ha fatto 37 vittime e più di cento feriti. In quell’occasione, Dmitri Medvedev ritardò la sua partenza per il meeting del World Economic Forum (Wef) a Davos, e - una volta giunto lì - dedicò il suo discorso proprio alla lotta contro il terrorismo, chiedendo a tutti i paesi occidentali di unirsi e cooperare: “senza dare lezioni, ma con uno spirito amichevole”.
Il messaggio è chiaro. Il capo del Cremlino chiede a tutti di unirisi, ma allo stesso tempo vuole sottolineare che la Russia non è disposta a seguire le indicazioni altrui per condurre (e vincere) una guerra che sta vivendo da anni dentro le mura di casa. “Non credete che l’ultimo attentato metterà la Russia in ginocchio“, disse proprio a Davos, “perché vi posso assicurare che i terroristi responsabili pagheranno per il loro crimine, uno per uno. Saranno tutti uccisi”. E di ritorno a Mosca Medvedev ha subito riunito i veritci delle forze di sicurezza nazionali (Fss), chiedendo di elaborare un pacchetto anti-terrore da far entrare in vigore ai primi di aprile. Quindi in questi giorni.
Le nuove misure ruotano attorno a tre iniziative: un decreto presidenziale per la sicurezza dei trasporti, l’invio di una nuova forza di polizia nel nord del Caucaso e l’introduzione di una scala di allarme delle minacce terroristiche . L’ultimo punto è - chiaramente - già in vigore tra le forze di sicurezza russe, ma servirà più che altro per tranquillizzare i cittadini e renderli meno ansiosi, dandogli la speranza concreta che un possibile attacco possa essere preventivamente sventato.

(Credits: Epa/NTV)
Ma non è tutto oro quello che luccica. Dietro al “muso duro” di Medvedev alcuni vedono la linea già tracciata da Putin, che di fatto non ha portato a nessuna soluzione sulla questione cecena e che, anzi, ha ravvivato gli attacchi al cuore della Federazione russa. Secondo gli analisti del sito “The other Russia“, l’invio di altri militari nel nord del Caucaso rischia di compromettere una situazione già altamente tesa. La polizia russa c’è già nei territori e aumentarne la presenza potrebbe generare un effetto contrario a quello desiderato, andando a incendiare la miccia di un rinnovato risentimento indipendentista contro Mosca.
In sostanza, la linea dura che Medvedev sta portando avanti non rappresenta una novità nella storia della guerra al terrore ceceno e finora non ha portato ai risultati sperati. Doku Umarov potrebbe essere ancora vivo, ma il punto è che anche se fosse morto i suoi uomini non esiterebbero a vendicarlo e a proseguire la sua guerra contro il Cremlino, visto come il grande “oppressore”. Di fronte a questo, più telecamere nelle strade delle città russe e un’azione più coordinata dei servizi segreti per prevenire nuovi attentati sono certamente passi importanti per tranquillizzare la popolazione, ma non si sa bene quanto possano essere efficaci nello smorzare la motivazione di un kamikaze che decide di farsi saltare in aria per la causa dell’Emiro del Caucaso.
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Anna Mazzone è giornalista, vive a Roma ma sogna di trasferirsi a Istanbul. E’ direttore della rivista Formiche e collabora con il quotidiano Il Riformista, per il quale scrive di Giappone, Turchia e Caucaso.
- Lunedì 11 Aprile 2011


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