
Alassane Ouattara (Credits: AP Photo/Rebecca Blackwell)
In Costa d’Avorio si apre una nuova pagina di storia. Le sfide di Alassane Ouattara sono tante e il Paese è ancora ben lontano dall’essere pacificato. Beatrice Nicolini, docente di Storia e Istituzioni dell’Africa all’Università Cattolica di Milano mette a fuoco le peculiarità del Paese africano.
È uno Stato che, fin dalla sua indipendenza dalla Francia, ha sempre avuto sistemi dittatoriali, con un partito unico, con costituzioni militari e un potere esercitato con la forza su un area densa di popolazioni diverse dal punto di vista etnico e religioso, spesso in conflitto fra di loro. Questo conflitto è la vera guerra che è in corso da moltissimi anni e che ha visto genocidi e stupri di massa. Una situazione di conflittualità permanente, quindi, in cui regimi corrotti hanno esercitato il loro potere sulle risorse naturali del Paese: cacao, olio di cocco e più recentemente petrolio. E la popolazione non ha mai tratto benefici da queste ricchezze.
Qual è il paradigma, lo schema politico che governa lo Stato?
Non esiste il concetto di opposizione politica. Chi si oppone è un nemico che va eliminato.
Il ruolo della Francia.
Un ruolo importantissimo, storicamente. Ma vissuto sempre con insofferenza da parte degli ivoriani. I francesi hanno fortissimi interessi economici nel Paese.
Ma ci sono anche altri interessi stranieri
Sì: da un lato in Costa d’Avorio ci sono ingenti movimenti finanziari legati all’importazione di diamanti dai Paesi contigui. Dall’altro c’è una forte presenza libanese che si occupa del riciclaggio del denaro sporco. E infine, una comunità cinese anch’essa con forti interessi, ora evacuata.
La Costa d’Avorio del futuro, in previsione di una diminuzione della presenza dei caschi blu e dei francesi?
Quando il controllo militare sarà inferiore, è verosimile che a fronte di una frammentazione etnico-religioso-economica così profonda, non ci sarà la possibilità per Ouattara di conservare il potere ed evitare spaccature.
Con una conseguente guerra civile. Le difficoltà di analisi derivano dal fatto che il focus dei commentatori è sui leader e non sull’enorme buio che c’è sotto. Per capire l’Africa e in particolare la Costa d’Avorio, bisognerebbe identificare altre realtà a partire dalle società. Fino a quando l’Europa immaginerà di capire un mondo così complesso guardando solo ai capi, ai leader, saremo sempre privi di strumenti di lettura.
Una soluzione alla crisi Ivoriana, simile per certi versi a quella di altri Paesi africani?
C’è un’utopica proposta di Paul Collier, dell’Università di Oxford, autore del saggio Guerre armi e democrazia. L’unica soluzione è smantellare completamente l’esercito e impedire a questi Paesi di usare le casse statali già prosciugate per le spese militari. La comunità internazionale, secondo questa teoria, garantirebbe un pronto intervento al dittatore del momento e garantirebbe una “protezione” entro 48 ore. Ma lo solleverebbe dal finanziare il suo esercito e chiederebbe in cambio riforme strutturali del Paese.
Un appoggio internazionale mirato e temporaneo in cambio di più democrazia?
Sì, per far cadere il business del mantenimento dell’esercito. Per evitare improvvisi golpe. Certo, da un lato, c’è la lobby internazionale delle armi che spinge per continuare a fare affari. Dall’altro, poteri autoritari di questo tipo in realtà multietniche e multireligiose non sono gestibili senza armi…
Ha senso parlare di esportazione della democrazia in Africa o è una pretesa necolonialista?
Non ha senso parlare di democrazia in questa area del mondo. Non premia. Per governare, bisogna fare leva sui consigli degli anziani, che si occupano degli interessi delle piccole comunità, come il virtuoso esempio storico delle Ujamaa in Tanzania. Bisogna lavorare sulle piccole unità autosufficienti, sulle comunità locali. E dall’altro lato garantire la conservazione del potere con una protezione internazionale a fronte di chiari intenti riformatori.
Ritorno alla stessa domanda: il modello democratico occidentale è esportabile in Africa?
Non certo con gli elicotteri da guerra, e non sostituendo a un politico un altro politico che controlla l’economia.
Giampaolo Musumeci fotografo, giornalista e videoreporter si occupa di guerre e questioni africane. Collabora con giornali, radio e tv italiane e internazionali, tra cui SkyTg24, Channel4, Independent, Die Zeit. Su Radio24 conduce il programma di attualità internazionale “Nessun luogo è lontano”
- Giovedì 14 Aprile 2011


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