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L’Italia dice no alla Nato: i nostri jet non bombarderanno i tank di Gheddafi

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  • Tags: Franco Frattini, Gheddafi, Guerre di pace italiane, ignazio-la-russa, Nato, rivolte islam, tornado
  • 2 commenti
(Credits: Ansa/Giuseppe Ungari)

(Credits: Ansa/Giuseppe Ungari)

Gianandrea GaianiCome previsto e ampiamente preannunciato dai ministri Ignazio La Russa e Franco Frattini, il governo italiano ha risposto negativamente alla richiesta della Nato di rendere disponibili i nostri aerei da guerra di Aeronautica e Marina per attaccare le forze terrestri di Gheddafi. Uno sforzo ritenuto indispensabile per imprimere una svolta al conflitto tenuto conto che l’attuale stallo contribuisce a prolungare la crisi e offre a Muammar Gheddafi l’opportunità di mostrarsi in grado di sconfiggere l’Alleanza Atlantica.

Eppure, una volta schieratasi apertamente con i ribelli di Bengasi, l’Italia aveva premuto perché la Nato assumesse il comando delle operazioni e per una maggiore incisività dell’intervento, tanto che Frattini arrivò al punto di non escludere forniture di armi ai ribelli. In pratica, Roma vuole la cacciata di Gheddafi ma per realizzare questo obiettivo non è disposta a sganciare bombe e missili. Meglio che lo facciano altri.

Al segretario della Difesa statunitense, Robert Gates “confermerò l’orientamento del governo italiano di non modificare gli assetti”, ha detto il ministro della Difesa, La Russa. “Fin da quando abbiamo concordato di mettere a disposizione aerei Ecr anziché Tornado con le bombe la nostra disponibilità non si è modificata. Non avremo un armamento diverso degli aerei che abbiamo e non useremo in maniera diversa gli aerei messi a disposizione”.

La distinzione tra Tornado Ecr e Tornado “con bombe” ha un sapore squisitamente politico poiché la versione Ecr del bombardiere non è certo disarmata ma dispone di missili Harm concepiti per distruggere i radar antiaerei.  Non sono “più buoni”,sono solo diversi e se i libici attivassero un radar mobile posizionato vicino ad abitazioni civili il missile Harm potrebbe provocare danni collaterali come ordigni di tipo diverso.

Il rifiuto di colpire i tank libici che attaccano gli insorti (e i civili) a Zentan, Misurata e Agedabia è motivato infatti con il rischio di provocare danni collaterali, cioè vittime civili. Frattini considera il rischio troppo elevato in un Paese che è stato colonia italiana, ma di fatto si tratta della stessa linea adottata in Afghanistan (che non è mai stato nostra colonia neppure ai tempi dell’Impero Romano) dove i nostri cacciabombardieri Amx non bombardano i talebani e se questi ultimi attaccano il  contingente italiano a dare una mano ai nostri militari a terra provvedono i jet alleati.

L’Italia perde così un’altra occasione di giocare un ruolo chiave sul piano militare in una crisi libica che sembra destinata a prolungarsi indefinitamente e che proprio all’Italia fa pagare il prezzo più alto in termini finanziari, politici e sociali. Il segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen ha riferito di avere raccolto a Berlino ”concrete indicazioni” che la missione Unified Protector otterrà più aerei di precisione per attacchi al suolo, precisando che ciò avverrà ”in un futuro molto prossimo”.

Difficile dire se si tratti di dichiarazioni di circostanza per non ammettere il fallimento del summit di Berlino o se davvero qualche altro Paese sia disposto ad aggiungere i suoi cacciabombardieri alla quarantina di jet, per lo più franco-britannici, impiegati negli attacchi contro le truppe del raìs.

—

Gianandrea Gaiani ha seguito le missioni militari italiane degli ultimi 20 anni. Dirige Analisi Difesa, collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio e Libero ed è opinionista di Radio Capital e numerosi programmi RAI. Ha scritto “Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane”
  • gianandrea gaiani
  • Venerdì 15 Aprile 2011

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Commenti

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Il 17 Aprile 2011 alle 9:11 giovannimartinelli ha scritto:

Caro Direttore, spero che mi permetterà una breve precisazione.
L’argomento è quello della distinzione tra Tornado ECR (quelli con i missili HARM, da impiegare per le missioni di soppressione delle difese aeree nemiche, SEAD) e quelli IDS (quelli cioè dotati delle “bombe” oggetto del contendere e che avrebbero dovuto essere impiegati contro le forze di Gheddafi).
Ebbene, questa distinzione non c’è più per il semplice fatto che in realtà (come risulta dai comunicati dello Stato Maggiore della Difesa e dell’Aereonautica) ad oggi vengono impiegate entrambe le versioni; i 4 Tornado posti sotto il controllo della NATO sono infatti sia ECR sia IDS (e non più solo ECR come all’inizio delle operazioni)
Ma non solo, almeno ufficialmente, non si parla più neanche di SEAD. Sempre secondo tali comunicati infatti, questi 4 velivoli svolgono solo compiti di ricognizione e non meglio precisati compiti di guerra elettronica.
Perché allora è importante sottolineare questo fatto?
Perché quando il ministro della Difesa dichiara (così come il presidente del Consiglio) che l’Italia fa già molto perché mette a disposizione le proprie basi, assetti pregiati come i Tornado ECR (in realtà, poco e male impiegati) e un forte impegno umanitario (che nessuno vede) è evidente che c’è una buona dose di esagerazione e che quindi, in definitiva, l’unica cosa veramente importante sono le basi per i velivoli alleati.
Ebbene sì, questa è la realtà; alla fine, e nonostante tutte le “sparate” iniziali, il nostro ruolo all’interno della coalizione è esattamente quello che si era detto non avremmo mai fatto: gli “affittacamere”.
Ma che la decisione di non prendere parte ai bombardamenti si poggi su basi poche solide e che rappresenti un grave errore lo si evince anche da altre considerazioni.
In primo luogo perché, ancora una volta, non si comprende come l’essere parte di una coalizione e di un’alleanza come quella Atlantica comporta sì dei diritti ma, al tempo stesso, dei doveri in termini di uguale responsabilità nei confronti dei nostri alleati; rifiutare di assumersi lo stesso carico di rischi, per timore delle conseguenze che ne potrebbero derivare, rappresenta quindi una mancanza nei confronti dei nostri stessi alleati. Anche a fronte delle, deboli e pretestuose, argomentazioni circa il passato coloniale del nostro Paese in Libia.
In secondo luogo perché essa rappresenta una palese, e clamorosa, marcia indietro di fonte alle dichiarazioni iniziali del nostro ministro della Difesa, che aveva assicurato una piena partecipazione e aveva escluso l’imposizione di «caveat» all’azione delle Forze armate, nonché di quello degli Esteri, il quale aveva esplicitamente parlato della possibilità di attacchi a terra.
Questa scelta risulta poi ancora più indifendibile alla luce del fatto che diciamo di no a quella NATO che noi avevamo voluto coinvolgere a tutti costi e a quel CNT dei ribelli libici che (in maniera quasi solitaria) abbiamo riconosciuto ufficialmente.
Il punto è che se, in modo più che legittimo, non eravamo d‘accordo con la svolta bellica di questa crisi avremmo dovuto evitare di parteciparvi (e magari lasciarci le mani davvero libere per muoverci a nostro piacimento e tutelare al meglio i nostri interessi); ma nel momento in cui abbiamo deciso di partecipare, piaccia o non piaccia, adesso dovremmo comportarci di conseguenza e diventare parte davvero attiva delle operazioni militari al fine di poter contare di più (ora e in futuro).
Si conferma dunque come in questa vicenda l’Italia stenti ancora a trovare una linea precisa, fra continui cambi di direzioni, ritardi, ambiguità e contraddizioni.
Con tutti i danni in termini di peso, ruolo e immagine (già non brillantissima) del nostro Paese sulla scena internazionale.

Il 18 Aprile 2011 alle 13:33 gianandrea gaiani ha scritto:

Concordo su tutta la linea, caro Martinelli. Circa i Tornado IDS, i veri bombardieri, inizialmente svolgevano compiti di rifornitori di carburante per i Tornado Ecr. Oggi è difficile capire cosa facciano i nostri velivoli dai ridicoli comunicati stampa della difesa. Poche righe fotocopiate dai comunicati dei giornio precedenti.

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