
(Credits: Epa/Ana/Dimitras Giannis)
In queste settimane i giornali dedicano pagine e pagine alla guerra in Libia e alla recente ondata migratoria proveniente dall’Africa del Nord scossa dalle proteste arabe. Sembra però passare sotto silenzio l’orrore vissuto dagli immigrati sub-sahariani che – dopo tanti tentativi e difficoltà - riescono ad approdare sulle coste italiane. Un orrore, questo, cui dà voce il documentario Come un uomo sulla terra realizzato da Riccardo Biadene, Andrea Segre e Damawi Yimer.
In un video della durata di circa un’ora, per la prima volta, si sente la voce diretta dei migranti africani che racconta le modalità brutali con cui il governo libico del colonnello Gheddafi ha controllato i flussi migratori dall’Africa, paradossalmente per conto e grazie ai finanziamenti dell’Unione Europea e della stessa Italia.
Dag, per esempio, studiava giurisprudenza ad Addis Abeba, in Etiopia. Ma, a causa della forte repressione politica (e delle pressioni sulla magistratura), ha capito che non avrebbe potuto esercitare la professione di giudice o di avvocato. E quindi ha deciso di emigrare. Senza dirlo al padre, che non avrebbe approvato quella scelta, tantomeno la fuga attraverso il deserto, alla mercé dei contrabbandieri. Nell’inverno del 2005, Dag ha attraversato via terra il deserto tra il Sudan e la Libia. Ma in Libia è stato vittima dei soprusi sia dei contrabbandieri sia della polizia libica: è stato a lungo in carcere, per poi essere poi “liberato” e riacciuffato dagli stessi poliziotti libici che – per trenta denari – lo hanno rivenduto agli intermediari che lo hanno riportato a Bengasi, dove è stato catturato ancora una volta. E riportato in prigione: più di cento persone caricate su un container per attraversare il deserto in direzione sud, al confine con il Sudan. Un giorno e mezzo di viaggio, senza acqua, in condizioni disumane. In un container che – denuncia Dag – sarebbe stato fornito proprio dall’Italia.
Sopravvissuto alla trappola libica, Dag è riuscito ad arrivare – via mare – in Italia. A Roma ha iniziato a frequentare la scuola di italiano e lì ha incontrato altri immigrati. Ha imparato la nostra lingua e ha studiato il linguaggio dei documentari, per poi raccogliere le memorie dei suoi compagni di disavventure, molti dei quali sono di fede cristiana e – a causa di questo – sono stati duramente perseguitati dai poliziotti libici.
Quello di Andrea Segre e dei suoi colleghi è sì un documentario, ma soprattutto una denuncia nei confronti di quelle istituzioni che – all’interno dell’Unione Europea e del nostro Paese – hanno rinunciato alla tutela dei diritti umani perché la priorità sembra essere soltanto il controllo dei flussi migratori. Dimenticando che dietro ci sono storie di uomini e donne che hanno subito troppi abusi, di fronte ai quali non possiamo restare indifferenti. Perché altrimenti ci rendiamo complici.
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Farian Sabahi, docente presso l’Università di Torino e giornalista specializzata, scrive per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con alcune radio locali e straniere
- Lunedì 18 Aprile 2011

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Commenti
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Il 18 Aprile 2011 alle 16:21 indigesto ha scritto:
Che L’Europa, e l’Italia, in particolare, sia complice delle malefatte di Gheddafi, è una teoria molto diffusa in certi ambienti, sui quali non va sprecata nemmeno una parola. Fa comunque piacere sapere che ci sono cervelli che, giunti in Italia, si danno alla nobile arte del giornalismo. E rincresce immaginare quanti altri cervelli si è perso questo Paese per colpa di quel malfattore di Gheddafi. Avrebbero senz’altro confluito nelle schiere di un certo giornalismo, di cui sentiamo incessante bisogno. In compenso accogliamo schiere di immigrati (mai dire clandestini!) che alimentano le nostre cronache e di cui si servono le nostre mafie!
Il 18 Aprile 2011 alle 22:33 anna.one ha scritto:
Si, va’ bé, ma perché i paesi Occidentali e quanti “Dag” ci sarebbero?
Perché non se ne vanno in..Iran? E poi, perché nessuno parla dei diritti umani degli indigeni che dovranno affrontare l’aggressione, l’intolleranza, l’imposizione dei loro usi e costumi alla faccia delle loro leggi, il furto e stupro rampanti di questa invasione di mohammadans?
Il 20 Aprile 2011 alle 6:10 anna.one ha scritto:
oops, un’altro fallimento. 37 comandanti delle Ground Forces-Revolutionary Guards sono stati arrestati dopo esser stati accusati di aver complottato un coup..
http://www.pezhvakeiran.com/pa.....p?id=31994
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